SPECIALE L'IPNOTISTA - Luci verso Ovest
Forse Lasse Hallström si è reimpossessato di una doppia nazionalità. Tra Stati Uniti ed Europa, come Stephen Frears, in un'escursione thriller assente nella sua filmografia statunitense. Ma forse anche una nuova opera prima, piena dell'entusiasmo e l'ispirazione di un esordiente che lavorava e sentiva questo progetto da anni
Forse un altro esordio. Oppure il thriller che negli Stati Uniti non ha potuto o voluto mai realizzare. Il ritorno in Svezia di Lasse Hallström, a 27 anni da The Children of Noisy Village, assume altri contorni. E forse quell'oscurità, quelle tracce inquietanti nell'universo infantile, rimanda alle zone dark che ha fatto conoscere il regista svedese al pubblico internazionale, La mia vita a quattro zampe del 1985, storia di un'amicizia ambientata negli anni '50 di un ragazzino, Ingemar che viene ospitato dagli zii dopo che la madre si è ammalata di tubercolosi e della coetanea Saga che vuole essere considerata come un maschio.
Forse da qui si deve ripartire. Da quei deboli filtri di luce che passano le finestre di interni domestici, gli stessi che riescono a penetrare nella casa dell'ipnotista Erik Maria Bark e di sua moglie Simone o nelle stanze d'ospedale di L'ipnotista dove il cineasta, che nella sua carriera statunitense predilige un cinema arioso, spesso di esterni, stavolta si rifugia in chiusure kammerspiel dove far riemergere passati personali dolorosi, inquietanti lacerazioni, flussi bergmaniani di 'gruppi di famiglia'.
C'è molto spesso un'origine letteraria nell'opera di Lasse Hallström, in questo caso il romanzo omonimo di succerso di Lars Kepler mentre in La mia vita a quattro zampe c'era quello autobiografico di Reidar Jonsson. E su un cinema che si basa frequentemente su qualcosa di preesistente, anche cinematografico (come nello straordinario Hachiko. Il tuo migliore amico, remake del film giapponese di Seijirô Kôyama realizzato nel 1987) il cineasta fa vedere sempre qualcosa di diverso attraverso una filmografia che, al di là degli esiti alterni, vuole sempre reinventare qualcosa di diverso. La Stoccolma periferica di L'ipnotista può essere un riciclaggio tra frammenti espressionisti e il nuovo horror svedese. Quasi un nuovo Lasciami entrare, quindi Lasse Hallström come un regista alla sua opera prima in un film di genere senza attraversare le zone del noir del cinema statunitense che probabilmente lo hanno sempre affascinato. E anche qui, come nel film di Tomas Alfredson, un'adolescenza che nasconde qualcosa, quasi bambini/vampiri riposseduti che agiscono come manovrati dall'esterno, da qualche demonio che li guida. Nella persistente oscurità, dove è evidente una perdita di luce rispetto quell'attenuato grigiore della sua opera migliore tra, appunto, Hachiko, Il pescatore di sogni, Le regole della casa del sidro e Buon compleanno Mr. Grape, si avvertono quelle presenze nascoste che si materializzano anche più tardi rispetto anche i ritmi americani. Forse per 'lasciar entrare' solo la luce naturale ed eliminare quella artificiale. Che però poi si ribalta in quella potentissima parte finale sulla neve, dove è quel bianco che dà l'illuminazione e capace di andare a fondo (il pulmino che sprofonda) mantenendo una tensione di estrema efficacia proprio in quei continui ritardi di uno sguardo che sta cercando di capire cosa sta succedendo mentre sta filmando.
Da qui il segno di una doppia carriera, una nuova doppia identità, di una riconquistata doppia nazionalità. Come Stephen Frears. Entrambi attratti dalle 'luci verso Ovest'. Guardandole però dall'Europa.
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