Marathon, di Amir Naderi

Esplode nel fragore della metropolitana e nel bianco e nero dei cruciverba il terzo appuntamento con New York del regista già iraniano Amir Naderi. Un capolavoro potente nella sua natura elementare. Un tour de force che racchiude tutta la ragione del cinema di questo cineasta, ai vertici del panorama internazionale

Marathon Come tutto il cinema di Amir Naderi (prima e dopo la collocazione newyorkese), Marathon è un atto di fede nella possibilità del cinema di stare tra le fibre stesse dell'esistere, negli interstizi di una sensibilità disperatamente umana al culmine della quale c'è la (s)ragione di un essere che si apre al mondo. Quello di Amir Naderi è un cinema di "infanti" (che non hanno parola, ma "sentono" e percepiscono e imparano il fragore della vita), e Marathon ne è l'ennesima rinascita: sospeso tra l'ossessione maniacale della sua protagonista per la compilazione dei suoi cruciverba (spinta sino al paradosso di una sfida con se stessa in cerca di un primato nelle 24 ore totalmente autistico) e l'astrazione radicale del suo corpo inane rispetto alla materialità inorganica della città che la circonda (una New York mai così materica e inumana nella stagione americana di Naderi, trasfigurata nel ferro frastornante della metropolitana - binari, porte che si aprono/chiudono, sopraelevate, tralicci... - popolata di figure che non hanno storia né carne, neanche il ragazzo che crede di conoscerla, più che altro un fantasma errante...).

Un film "infante", in cui la protagonista è sfida, col suo silenzio immerso nel rumore assoluto, al non dire di un parolare inesausto e improduttivo (incomunicativo) tra le righe bianche e nere (come il film) di un cruciverba... Mentre una madre non vista/non detta (se non da sé - per sé...?) interviene fuori dal testo (dalla testa...) cruciverbale della protagonista, telefonicamente, ossessivamente (compulsivamente?) per sorreggere, proiettare, analizzare la solitudine, disperazione, follia, salvezza della figlia... Distanza inesistente, quella della madre, per raccontare la vicinanza di un dire che è narrare sé stessi: quello che non appartiene alla ragazza, dislocata in un "inter-detto" (il nostro?) dal quale non ha via d'uscita, se non nella reiterazione compilativa che supera se stessa anche di solo mezzo punto... Esponenziale (e per questo, forse, più arduo) rispetto alla pulsione astratta del cinema di Naderi, Marathon è un capolavoro che non necessità di altro che se stesso: potente nella sua elementarità, il film è ormai il grado zero nel rapporto tra Naderi e una New York che ha ormai assunto un valore molecolare. Siamo dalle parti dell'annullamento disperato e rigenerativo che, alla fine della stagione iraniana, era stato il viaggio nel deserto di Acqua, vento, sabbia... E ora, Amir, cosa dobbiamo aspettarci?...

MARATHON
Titolo originale: Id.
Soggetto, Sceneggiatura, Regia, Fotografia, Suono: Amir Naderi.
Operatore e Fotografia: Michael Simmonds
Montaggio: Amir Naderi, Donal O'Ceilleachair
Interpreti: Sara Paul (Gretchen), Trevor Moore (ragazzo della metropolitana)
Produzione: Amir Naderi
Distribuzione: Revolver
Durata: 75'
Origine: Usa, 2002

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