VENEZIA 60 - "Anything Else" di Woody Allen (Fuori Concorso)
Forse l'atteggiamento di Allen, che ha aperto oggi la Mostra, di realizzare ormai in maniera dichiarata, dei film-giocattolo, induce una maggiore apertura verso un cinema che ormai non si vergogna più di esibire i propri difetti, che utilizza soluzioni visive di estrema semplicità
Sembra essere ormai un appuntamento fisso quello di Woody Allen con Venezia. A parte il "tradimento" registrato l'anno scorso per Hollywood Ending, il cineasta newyorkese è tornato, come in precedenza, a Venezia per presentare il suo ultimo Anything Else. Se per un certo verso, vista ormai la sua proverbiale velocità realizzativa, si ha il sospetto che Allen realizzi i film come un gioco, apposta per essere presentati a Venezia, così al tempo stesso si ha l'impressione che la 60a edizione di questo festival si sia affidata al film di Allen come rinomato marchio di garanzia, come un film sicuro che piace al pubblico e che raccoglie i suoi affezionati applausi. Non c'è dubbio che da tempo, in maniera vistosa da La dea dell'amore e soprattutto Tutti dicono I love you, il cinema di Allen sia entrato in un'involuzione visiva senza essere più supportato da dialoghi che col tempo si sono fatti sempre meno brillanti. Se Hollywood Ending, il film più riuscito di Allen degli ultimi anni, aveva recuperato quelle gags visive degli esordi, con Anything Else si è riaffidato quasi completamente a quel cinema di parola che comunque ha costituito da sempre la forza e il limite del cinema del regista statunitense. In questo film Allen si ritaglia la parte di un'insegnante e scrittore che diventa confidente di Jerry (Jason Biggs), un aspirante scrittore di New York che si innamora a prima vista di Amanda (Christina Ricci), una ragazza disinibita e spregiudicata. Isterismi, psicanalisi, citazioni da Tenesse Williams ("Il contrario della morte è il desiderio"), o battute ("gli ebrei cominciano tutte le guerre") e situazioni materializzate con maggiore energia come la fissazione dell'insegnante di far possedere a Jerry un fucile o le situazioni asfissianti dentro casa tra Jerry, Amanda e la madre della ragazza (Stockard Channing). Forse l'atteggiamento di Allen di realizzare ormai, in maniera dichiarata, dei film-giocattolo, induce una maggiore apertura verso un cinema che ormai non si vergogna più di esibire i propri difetti, che utilizza soluzioni visive di estrema semplicità come quello dello schermo diviso in tre parti, o la voce fuori-campo di Biggs, che rappresenta un alter-ego più giovane dello stesso Allen. Il protagonista di American Pie infatti, rispetto al doppio molto più inverosimile e irritante interpretato da Branagh in Celebrity appare davvero come una sorta di reincarnazione dello stesso attore-regista. I dialoghi dei due al parco, le ossessioni, il divorzio di Jerry dal suo agente (Danny De Vito) materializzano non tanto due personaggi sullo schermo, ma piuttosto quello di un corpo accanto alla sua ombra, alla sua coscienza. Inoltre se Harry a pezzi presentava in maniera esplicita la paura per la morte, in Anything Else c'è invece una cattiveria verso il mondo e le ossessioni femminili che sono di una disarmante sincerità. In un film dove il pensiero di Allen è sempre più visibile del cinema di Allen, resta un momento che vale tutto il film: lo scrittore che si vede soffiare un parcheggio da due energumeni e decide di tornare indietro per sfasciargli la macchina. Tra il momento del torto subito e quello della vendetta, c'è uno sguardo di Allen, mentre guida l'auto che appare rivelatore. C'è un odio acceso, vivo, che lascia interesse per le evoluzioni di un personaggio/attore/cineasta oltre il proprio cinema.
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