VENEZIA 60 - Ruiz e il serial killer: "Une place parmi les vivents", (controcorrente)
A pochi mesi dal passaggio in concorso a Cannes di "Ce jour-la", il regista cileno porta a Venezia "Une place parmi les vivents", un noir hammettiano che racconta il patto tra uno scrittore senza storie e un assassino con troppo storie

C'è un serial killer che ha la stessa tagliente indolenza di un Peter Lorre reincarnato. Lo scenario del resto è noir, hammettiano persino, con tanto di scrittore che vive/narra gli eventi in una prima persona che veste la formula di genere. L'intreccio è semplice e mette in campo un faccia a faccia in perversione d'intrigo tra l'artefice e il suo cantore, nel segno di una incarnazione letteraria che è traduzione tradita: il killer uccide e chiede allo scrittore che non ha storie da raccontare, ma di sicuro sa narrare, di scrivere la sua storia, le sue gesta, i suoi omicidi. Ma lo iato tra il vivere e il narrare non può essere scavalcato per interposta persona, sicché l'impasse si riproduce immancabilmente e il dramma non ha soluzione... Già visto, già detto, si direbbe... Ma dietro la macchina da presa che un apolide come Raoul Ruiz, che alla disappartenenza e al suo dolore è abituato, figuriamoci dunque se non mette in gioco tutto il suo apparato di tarde deviazioni semantiche e strutturali per incantare (e/o allontanare) il suo pubblico. L'ordito appartiene all'ultimo film di Ruiz, Une place parmi les vivants, che ha portato ieri nel Concorso "Controcorrente" di Venezia 60, a pochi mesi dal passaggio nella competizione di Cannes di Ce joul-là. La traccia del resto è letteraria, proviene da un romanzo di Jean-Pierre Gattegro e Ruiz la materializza come l'eterno patto col diavolo che ogni artista deve prima o poi stringere: vendersi l'anima credendo di comprare una chiave d'accesso al segreto della vita...
Il gioco di questo autore, del resto, è sempre quello, con le formule dell'affabulazione. Ma non nel senso che Ruiz manipola le strutture e le gestisce in chiave referenziale, piuttosto nel senso che le dinamizza in una dimensione quasi pulsionale, prima e dopo qualsiasi riflessione, tenendo sempre gli occhi socchiusi sulla logica degli eventi e spalancandoli invece sulla stratificazione dei sensi e del senso. Une place parmi les vivants lavora su una formulazione modulata sul giallo, perché l'inchiesta è in qualche maniera l'emblema stesso del filmare di Raoul Ruiz, come un istinto primario che lo porta ad indagare sull'agire dei suoi personaggi per scoprirne le dinamiche interiori e spalmarle sull'oggettività degli eventi. L'ironia di cui si ammanta non è che il metodo di uno straniamento al quale si aggiunge però l'affetto, ovvero la partecipazione... Ma dopo tutto quel che interessa a Ruiz è scoprire il punto di contatto tra il suo interesse e quello dei suoi personaggi...: "Per capire come agiscono i personaggi - dice - bisogna immaginarlo come combattenti che non riescono ad abituarsi alla pace che li angoscia, non hanno nesuna via di uscita se non continuare una lotta clandestina senza scopo e con altri mezzi: insomma esistenzialisti"...
L'idea stessa di una "genealogia del crimine", vecchia fissa dell'autore che qui ritorna tematicamente e trasversalmente, è inscritta tutta nella definizione di una catena quasi biologica dell'accadere criminoso. E il crimine sta nell'universo di Ruiz come una logica perversa che funziona empaticamente rispetto alla realtà, sfruttando la forza stessa di un accadere altro rispetto alla progressione logica degli eventi. La pazzia, vibrazione intestina di un mondo che pretenderebbe di nutrire solo gli impulsi addomesticati, ignorando la chiamata deviante delle azioni primarie, non è che una insorgenza prepotente di una biografia sfuggita al suo narratore, e per questo abita il mondo dei viventi con la stessa lucidità della norma. Sembra quasi che a Ruiz la normalità stia troppo larga, e cerchi nell'astrazione di un gioco languido e desiderante con i suoi personaggi un gettito di energia che al cinema si traduce immancabilmente in Morte. Ruiz è un magnifico assassino, e il suo fascino per l'uccisione lo rende - detto enfaticamente... - il regista più vivo e limpido della scena attuale, proprio lui che filma corpi morti, luoghi assenti, tempi distanti... E lo fa opacamente...
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