VENEZIA 60 - "La macchia umana" di Robert Benton (Concorso)
Benton sta calorosamente attaccato ai corpi, lascia che alcuni personaggi appena abbozzati in fase di scrittura riescano ad avere vita autonoma, attraversa forme a metà tra thriller e noir in un set congelato come quello di "La vita a modo mio" o lasciando riafforare quelle tensioni razziali di "Le stagioni del cuore"

Le macchie oscure dal passato. Tratto dall'omonimo romanzo di Philip Roth e prevalentemente ambientato nel 1998, proprio nel pieno dello scandalo che vide coinvolto Bill Clinton con Monica Lewinsky, La macchia umana vede protagonista un uomo che si reinventa appositamente le proprie identità, Coleman Silk (Anthony Hopkins), uno stimato preside di college che si vede improvvisamente rovinata la carriera per aver definito "zulu" due suoi studenti afroamericani e che vede morire la propria moglie tra le sue braccia. La sua vita presente - la storia passionale con la giovane Faunia (Nicole Kidman) e l'amicizia con lo scrittore Nathan Zuckerman (Gary Sinise) e quella passata (la dolorosa rottura con la madre, il fratello e la sorella, tutti di colore) s'intrecciano continuamente, lasciandolo sempre sospeso come figura non-viva, come reincarnazione horror che vive assieme ad altri "mostri" isolati; lo psicopatico Lester Farley (Ed Harris), ex-marito di Faunia, la stessa giovane donna, sorta di abbagliante dark-lady e lo scrittore, tutti individui che si sono intenzionalmente condannati alla solitudine. Benton lascia i personaggi intrappolati nei loro luoghi sin dall'iniziale sequenza dell'incidente sulla strada innevata dove Coleman e Faunia perdono la vita. La macchina da presa del cineasta statunitense è come se cercasse dei nuovi spazi per sopperire alle carenze della scrittura di Nicholas Meyer (lo stesso sceneggiatore di Sommersby e Attrazione fatale) e alla deprimente prova di Nicole Kidman (tra le attrici più sopravvalutate degli ultimi dieci anni, che aveva già lavorato con Benton in Billy Bathgate) per dare forma a delle ossessioni che appaiono sempre come terminali, per creare ora una coincidenza ora un parallelismo tra lo sguardo dello spettatore e quello di Coleman. Benton sta calorosamente attaccato ai corpi, lascia che alcuni personaggi appena abbozzati in fase di scrittura riescano ad avere vita autonoma (soprattutto lo scrittore e l'ex-marito di Faunia), attraversa forme a metà tra thriller e noir in un set congelato come quello di La vita a modo mio o lasciando riafforare quelle tensioni razziali di Le stagioni del cuore. Certamente in La macchia umana si vede che è assente la sua mano in fase di sceneggiatura, ma al tempo stesso riesce a caricare la sua opera di un'umana inquetudine, lascia emerge piccole e laceranti tensioni del quotidiano, con quella mano partecipe degna delle sue opere migliori. Le immagini di Escoffier (direttore della fotografia recentemente scomparso), con le tonalità neutre, quasi grigiastre, lasciano i protagonisti come cristallizzati, come definitivamente schiavi delle proprie ossessioni come in Attrazione fatale o anche in quei frammenti della vita del college, che richiamano quella sottile e nascosta sofferenza di The Browning Version di Mike Figgis. Dietro il romanzo, dietro la scrittura di Meyer, emerge con forza quelle lacerazioni di un film già aperto, dove le cicatrici della memoria lasciano indissolubilmente i loro segni. L'incidente iniziale già sventra il film. Nello sguardo discreto e dolente, dove ogni inquadratura non è mai vistosa ma sempre funzionale, c'è quella passione per una classicità che oltrepassa il genere e dove l'interesse per i personaggi prevale, fortunatamente, sullo sviluppo coerente della storia.
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