VENEZIA 60 - C'era una volta la storia... "Once upon a time in Mexico" di Robert Rodriguez e "Persona non grata" di Oliver Stone
Quello di Rodriguez è la quintessenza del cinema post-moderno: divertente, folle, citazionista, assoltamente padrone della situazione, mai smarrito o disorientato ma sempre consapevole e lucido nel suo "rifare" il cinema con lo sguardo e il cuore (asfittico) di oggi, mentre Stone nel suo reportage indaga sulla necessità di "annullare" la Storia

C'era una volta... cosi' iniziano le fiabe e cosi' Rodriguez ha intitolato il suo terzo capitolo delle avventure del Mariachi. C'era una volta in Messico, fin troppo esplicita citazione omaggio devozione ai due film di Sergio Leone. E' lo stesso Rodriguez a raccontare come l'idea gli sia stata suggerita dal suo amico Quentin Tarantino: "El Mariachi è il tuo Per un pugno di dollari e Desperado il tuo Per qualche dollaro in più..." gli disse il regista di Pulp Fiction e Rodriguez lo ha preso letteralmente sul serio, ed ecco quindi questo scoppiettante, epico e inesauribile terzo episodio, dove le avventure del celebre musicista pistolero e della sua compagna si mescolano con quelle di uno stralunato agente della CIA (Johnny Depp) che muove losche trame, sullo sfondo di un tentativo di colpo di stato da parte dei narcotrafficanti. Rodriguez vorrebbe il tono epico-leoniano per questo suo capitolo forse conclusivo delle avventure del Mariachi, ma il suo cinema-cartoon letteralmente gli strappa di mano il progetto, innestando nel film dei colpi di mano assolutamente deliranti, e Once Upon a Time in Mexico alla fine assomiglia di più (per fortuna..?) alle avventure di Duffy Duck e Bugs Bunny che non a quelle di Armonica, il glaciale protagonista di C'era una volta il West (il cui protagonista, Charles Bronson, proprio in questi giorni sembra che stia per lasciarci). Musica sparata a mille, ritmo ultravertiginoso, sparatorie surreali e personaggi scolpiti sulle facce di attori incredibili come, ad esempio, Mickey Rourke, sempre più preso perso dietro ruoli di maledetto, sporco gangster doppiogiochista, mezzo eroe tragico e ridicolo. Ma è Depp che ruba la scena a tutti, con il suo ennesimo personaggio strampalato (dopo il pirata gigione), armato di un arto in più per spiazzarei nemici e mutilato negli occhi, in un finale demenziale e ossessivo. Depp aggiunge un plusvalore folle alle avventure di Banderas e company, slittando in continuazione il duello finale tra Mariachi e il colonnello, che Rodriguez risolve poi abbastanza velocemente. Quello di Rodriguez è la quintessenza del cinema post-moderno: divertente, folle, citazionista, assoltamente padrone della situazione, mai smarrito o disorientato ma sempre consapevole e lucido nel suo "rifare" il cinema con lo sguardo e il cuore (asfittico) di oggi. Lo spettacolo è assicurato, il corpo è sballottato in un universo in continua evoluzione, il film è un ripieno di frammenti di altri film, conosciuti o meno, e lo sguardo, che appare impazzito, in realtà è lì, freddo e crudele a sancire la "fine della storia", o meglio la fine di tutte le storie possibili... Niente più storia, niente più passato da documentare e far rivivere alle nuove generazioni. Il passato è solo l'immaginario, il corpo vuoto di un'umanità ricostruita nello schermo cinematografico. .
Non la pensa così, evidentemente, Oliver Stone, il cui cinema ha sempre utilizzato e assaporato gli stilemi del post moderno, ma senza mai farne un elemento teorico da seguire. E invece Stone gioca e lavora proprio sulla storia vera (anche imbrogliando magnificamente, come in JFK), quella raccontata dai professioniti della politica come dalle persone qualunque. E il suo Persona non grata, presentato nei Nuovi Territori, sezione documentari curata da Fabrizio Grosoli, è il diario di un'intervista fallita, quasi, potremmo dire, il diario di un fallimento. Che però sa farsi cinema proprio nel suo manifestarsi come "reale". Stone non esita a mettere in gioco se stesso, con il proprio volto corpo davanti all'obiettivo, nel suo cercare, nel pieno del conflitto isreale-palestinese, di capire i perché di questa guerra infinita e, soprattutto, come uscirne fuori. Ci si aspetta di sentire il punto divista palestinese di Arafat e ci si ritrova a sentire Barak e Simon Perez, e alcuni membri del fronte terrorista palestinese. Di Arafat ascoltiamo i comizi, quelli ormai vecchi di trent'anni fa e l'ultimo, dentro il suo centro di comando assediato dagli israeliani che lui non mollò fino alla fine. Le ragioni degli uni e quelle degli altri. Ed è difficile capire chi sia più esaltato e pericoloso (per l'umanità) tra il cinismo pragmatico di Barak e i militanti che assoldano i kamikaze. Tutti portano i due popoli verso un unico crudele destino, quello di massacrarsi a vicenda, e poco conta se vogliamo leggere la Storia con i buoni e i cattivi... Il problema lo riassume magnificamente Simon Perez, l'ambiguo leader laburista israeliano, complice del governo di Sharon prima, ma sempre con una linea "morbida", in perenne minoranza opposizione conflitto con i "falchi". Sharon spiega che forse bisognerebbe, per entrambi i popoli, smettere di insegnare la storia. E' la memoria che, oggi, genera questa infinita vendetta, questo continuo odio. Una memoria infinita, come la storia di secoli e secoli di violenze. E Perez suggerisce uno sguardo nuovo, antistorico o, forse, più storico che mai: insegnare il futuro. Splendido monito con cui Stone chiude il suo reportage, dentro le ferite della storia, sperando nella forza vincente dell'immaginazione
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