VENEZIA 60 - Barriere e inquetudini adolescenziali "Il miracolo" di Edoardo Winspeare e "Le cerf volant" di Randa Chahal Sabbag (Concorso)

Se il film di Winspeare sembra sempre troppo trattenuto rispetto alle esplosioni che ipotizza, negando a Taranto le sue potenzialità di set, l'opera della regista tunisina è un equilibrato film di frontiera capace di spostarsi poi verso forme a metà tra musical e fantastico.

 

Due esempi diversi di frontiera. Uno visibile, evidente in Le cerf volant della libanese Randa Chahal Sabbag, l'altro più nascosto, interno nelle strade/barriere di Taranto in Il miracolo, terzo lungometraggio del salentino Edoardo Winspeare.

Partiamo proprio da quest'ultimo film, secondo lungometraggio proiettato in concorso dopo Segreti di stato di Paolo Benvenuti. Quella di Il miracolo è una vicenda nascosta, di sottile disperazione, che vede protagonisti Tonio, un bambino di 12 anni e Cinzia, una ragazza adolescente. Le loro esistenze si incrociano dal momento in cui Cinzia investe con la sua auto Tonio, che sta girando con la sua bicicletta, e poi scappa via senza prestargli soccorso. Tonio una notte, mentre si trova in ospedale, s'imbatte in un uomo in fin di vita. Il ragazzino gli si avvicina, lo tocca e il battito cardiaco del paziente torna ad essere normale. Di qui "il miracolo" del titolo" che genera la credulità popolare (soprattutto nella madre e un ragazzino della scuola più grande di lui) che Tonio possa essere capace di guarire le persone dalla salute malferma. Dopo i riusciti Pizzicata e Sangue vivo, si ha l'impressione che Winspeare con Il miracolo non riesca a dare la consueta energia a una vicenda forse ancora troppo vasta per il suo cinema. Nella critica al sistema dei mass-media (la televisione locale e poi quella nazionale che vogliono trasformare Tonio in un protagonista della cronaca), e nell'accenno a dare forma alla grazia divina, Winspeare sembra troppo attento a seguire la ridondante sceneggiatura di Giorgia Cecere e Pierpaolo Pirone alla fine perdendo di vista le vere anime del film, Tonio e Cinzia. I due protagonisti sono spesso presenti sulla scena, così come i genitori del ragazzino e la madre della ragazza, ma è come se questi altri personaggi di contorno siano come frenati, come incapaci di evolvere. Winspeare possiede certamente una mano felice nel seguire gli spostamenti di Tonio e Cinzia dentro Taranto. Due corpi sempre incapaci di fermarsi, quasi posseduti come quelli di Sangue vivo, uno spesso in bicicletta o a piedi, l'altra in motorino. Ma Taranto, set potenzialmente davvero ideale, non prende vita, resta ferma nella sua disposizione urbanistica, nelle stradine, nelle vie principali o nelle immagini dall'alto (come all'inizio, mentre Tonio si trova sul terrazzo), come se la sua immagine fosse già stata data e non sia invece una città da scoprire. Così quei colori assolati della fotografia di Paolo Carnera, sia su Taranto sia sui giovani protagonisti, si solidificano immutanti, lo spazio si chiude stranamente in cerchi ristretti, in barriere invisibili non oltrepassabili. Ciò che manca rispetto a Pizzicata e Sangue vivo è proprio quella pulsante e progressiva esplosione, quel calore opprimente che lascia bruciare e ci lascia bruciare, quella forza della terra che ha quasi una consistenza tattile. Da una parte è come se Winspeare si fosse inserito sulla linea di un cinema trattenuto come per avvicinarsi a una consapevolezza ma anche una presunzione autoriale. Dall'altra c'è la colonna sonora persistente, avvolgente degli Officina Zoè che regalano l'illusione di provvisorie accelerazioni di un'opera che invece resta rintanata, chiusa nel suo sospetto di eleganza formale dove la forza istintiva di Tonio e Cinzia, la rabbia dei loro volti, sono come accennati per poi essere negati.

Fatalmente è un film molto più libero, pur in un set delimitato, Le cerf-volant. Da una parte c'è il Libano, dall'altra Israele. Questa barriere separa due villaggi un tempo uniti e poi separati dopo la guerra del 1967. Il giorno del suo matrimonio Lamia, una ragazza di 15 anni, deve attraversare il filo spinato per andare ad unirsi al cugino, abitante nel villaggio annesso ad Israele. La ragazza però non ama il marito, anzi ne prova ostilità. Resta invece attratta da un soldato che la sorveglia sin dal primo giorno. In Le cerf-volant, dietro l'attenzione quasi documentaristica per gli spazi - la cineasta ha infatti comincato a girare alcuni documentari sulla storia contemporanea del suo paese come Pas à pas e Liban survie fin dalla fine degli anni Settanta - entrano in gioco l'attenzione per personaggi che appaiono come prgionieri dentro i propri spazi: la famiglia di Lamia, quella del cugino e la torre di controllo. Barriere/luogo di non-attraversamento, con il filo spinato che sembra negare ogni forma di contatto tattile, ma anche spazio libero nel momento in cui la macchina da presa vola verso traiettorie verticali, con una luce quasi edenica o l'immagine degli aquiloni che si liberano nell'aria. Le cerf-volant vive con equilibrio su questa antinomia, su questa contrapposizione tra luogo fisso da attraversare e necessità di crearsi, anche oniriche, una nuova forma di esistenza. Non c'è certamente la magia e la durezza di Intervento divino di Elia Suleiman, ma l'opera della cineasta libanese frantuma progressivamente con il suo sguardo gli ostacoli materiali, spostandosi dal realismo verso forme di cinema fantastico come nel finale (la ragazza tra le braccia del soldato) o squarciando a un certo punto il proprio film con la presenza di una colonna sonora che lo trasforma in un provvisorio musical.

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