VENEZIA 60 - "Rosenstrasse", di Margarethe Von Trotta (Concorso)
Deludente. Dopo quasi dieci anni di silenzio, Margarethe Von Trotta torna con un film che sigla la sua rinuncia a raccontare la Germania contemporanea. Il suo "Rosenstrasse" è ancora una storia di donne, ma per quanto interessante e forzatamente giusto, il film insinua il dubbio dell'insincerità e del conservatorismo...

Sembra essersi fermato nel tempo il cinema di Margarethe Von Trotta. Il suo Rosenstrasse, presentato in concorso alla 60esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, sebbene riporti la cineasta tedesca dietro la macchina da presa dopo quasi dieci anni di assenza, ci immette direttamente nelle atmosfere di quel cinema cosiddetto impegnato, che da sempre caratterizza la sua filmografia, lasciandosi la deludente sensazione di trovarsi di fronte ad uno sguardo rimasto occluso, a un cinema uguale a se stesso, diluito negli intenti critici, dove tutto suona sempre forzatamente giusto. A metà tra fiction e ricostruzione documentaristica (testimoniata da una meticolosa cura per il dettaglio), Rosenstrasse, come tutti i film della Von Trotta, vuole infatti raccontarci la Storia, quella con la S maiuscola, passando attraverso le microstorie di tre personaggi femminili. Tre donne, tre eroine al contempo fragili e forti, appartenti a tre generazioni differenti e legate tra loro, oltre che da un rapporto di amicizia e di parentela, da una identità comune: essere ebree tedesche, depositarie di una memoria storica che va indiscutibilmente preservata, soprattutto oggi, in vista dell'avanzare di un minaccioso revisionismo. Come allora, la Von Trotta adotta un punto di vista femminile e attraverso questo ci racconta un'altra Seconda Guerra mondiale, quella vissuta dagli ebrei tedeschi sposati a donne ariane. Una storia poco conosciuta, che è servita però alla regista per porre l'accento sulla fedeltà delle donne tedesche: la stessa che, come ha ammesso poi in un'intervista, ha contribuito nel 1943 all'ascesa politica di Adolf Hitler. Dopo dieci anni però, i toni sono smorzati e la sincerità pure: ciò che preme alla Von Trotta è restituirci la sofferenza e la solitudine di queste tre donne, e per farlo non manca di scivolare nel puro compiacimento, pur restando alla fine distante. Dopo dieci anni, la Von Trotta non solo quindi sembra firmare la sua rinuncia nei confronti della Germania contemporanea, ma non esita a riproporci l'ennesima variante su tema, utilizzando anche una formula straabusata, come quella del racconto del sopravvissuto, con tanto di flashback in bianco e nero. Una mancanza di vigore imperdonabile dopo un così lungo silenzio a cui si aggiunge l'amarezza per uno sguardo che oggi, in virtù degli sviluppi attuali del conflitto israelo-palestinese, rischia addirittura per apparire conservatore...
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