VENEZIA 60 - "Code 46" di Michael Winterbottom (Concorso)
Non c'è nessuna differenza tra quello che Winterbottom guarda ogni giorno ad occhio nudo e quello che guarda con la macchina da presa. I suoi film si compongono essenzialmente su un realismo che unisce documentarismo, spot pubblicitario, immagine da videoclip. Tutti frammenti di un cinema che non c'è, o, non c'è mai stato.

Da Butterfky Kiss del 1995, Michael Winterbottom ha realizzato 11 lungometraggi in 8 anni ed è spesso presente a due festival su tre (Berlino, Cannes, Venezia) ogni anno. La sua indifferenza rispetto quello che guarda, il suo eclettismo rispetto quello che racconta, sono impressionanti. Il regista inglese sembra girare film con la stessa costanza con cui si va al bagno. E alla fine ciò che si vede sullo schermo non è poi così diverso da quello che si produce dentro una toilette. Code 46 prosegue sulla linea di un cinema che abbraccia sempre più generi ma che non ha non solo la passionalità ma neanche la curiosità per avvicinarsi a uno in maniera più sistematica. Il film è ambientato in una Shangai nel prossimo futuro e vede protagonista William (Tim Robbins) che sta indagando su una frode ai danni della compagnia assicuratrice Sphinx. Grazie a un virus empatico, riesce a leggere la mante delle persone. Maria (Samantha Morton) a sua volta è una donna che lavora per la Sphinx e che è responsabile della vendita di documenti falsi (comprendenti passapoto e visto) a persone che la stessacompagnia rifiuta di avere come clienti. William sa che Maria è colpevole ma non la conduce alle autorità perché se ne innamora. La gelidità di Winterbottom omologa gli ambienti, sia che si tratti di grattacieli e uffici bianchi, sia che si tratti di una strada del deserto improvvisamente attraversata dai cammelli, sia che si tratti della scena in cui William e Maria si lasciano andare a uno slancio passionale sotto la pioggia. Forse Winterbottom guarda Spielberg e con Code 46 vuole realizzare il suo Minority Report riprendendo Samantha Morton come protagonista. Ma il film sembra continuamente negarsi, sempre più impermeabile a quello che racconta. In un certo senso le inquadrature si succedono come per successione automatica e sembrano avere la stessa forma e la stessa durata, anche negli stacchi di montaggio, anche se dentro ci sono immagini completamente diverse. Nelle selezioni dei festival questa furbizia e malafede precostituite evidentemente agli organizzatori dei festival non sono ancora visibili e interbottom entra così spesso di diritto nella lista dei registi del concorso. Per molti è forse una specie di profeta e filosofo del nostro tempo che parla d'amore, di malattia, di guerra e del futuro. Si ha però il sospetto che utilizzi il cinema non come esigenza per raccontare qualcosa che ha veramente dentro ma come mezzo per trascorrere il proprio tempo. Del resto non c'è nessuna differenza tra quello che Winterbottom guarda ogni giorno ad occhio nudo e quello che guarda con la macchina da presa. I suoi film si compongono essenzialmente su un realismo che unisce documentarismo, spot pubblicitario, immagine da videoclip. Tutti frammenti di un cinema che non c'è, o, non c'è mai stato.
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