VENEZIA 60: "Imagining Argentina" di Christopher Hampton (Concorso)

Oltraggioso e impudente. In concorso alla 60esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia "Imagining Argentina" è un film privo di coerenza, uno spettacolo autocelebrativo che gioca con il dolore, maciullando i sentimenti e i ricordi di un popolo intero

Bisognerebbe sempre serbare un certo rispetto nei confronti di un film, ma  è difficile farlo, quando il suo stesso autore dimostra di non averne. Presentato in concorso alla 60esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Imagining Argentina è infatti un film oltraggioso, sfacciatamente impudente: un vero atto di stupidità che finisce oltretutto per apparire crudele. Per ricostruire la tragedia dei desaparecido, che ha flagellato l'Argentina tra il 1976 e il 1983, Hampton (che ama definirsi un appassionato di storia dell'America Latina) mescola, infatti, cronaca, fiction e paranormale, dando vita a un amalgama informe, sia dal punto di vista stilistico che dei contenuti. Dal momento in cui la stimata giornalista Cecilia (Emma Thompson), moglie di Carlos Rueda (Antonio Banderas), viene misteriosamente rapita, la pellicola comincia infatti a inerpicarsi lungo percorsi narrativi del tutto sconnessi, dove Banderas si trasforma improvvisamente in veggente mentre la natura intera (dai paesaggi della pampas, alle strade di  Buenos Aires) si offre a lui quale una gigantesca mappa da interpretare. In una sorta di delirio di onnipotenza, Hampton organizza così gli spazi, seminando qua e là, indizi, tracce, segni atti a confermare la predestinazione del suo protagonista, che non manca neppure di regalarci qualche stacchetto musicale imbracciando la sua chitarra. Il tutto naturalmente concepito senza curarsi minimamente di quella coerenza formale, necessaria per l'organicità di un'opera d'arte. Dai gufi, al volo degli uccelli, fino alla fattoria "Esperanza" (che diventa l'ennesimo pretesto, questa volta per strizzare l'occhio al dramma dell'olocausto), Hampton sembra solo preoccupato di celebrare il suo spettacolo, compiacendosi degli artifici della sua macchina-cinema che fagocita, nel suo esplicarsi, stupri, cadaveri e pestaggi.    

Non si tratta neppure di disonestà intellettuale: per esaltare la sua immaginazione, Hampton gioca con il dolore, maciullando sentimenti e ricordi, e nella sua insolenza usa la storia per produrre commozione a suon di dollari.

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