VENEZIA 60 - "The Blues: Red, White&Blues", di Mike Figgis

Figgis cerca nei pionieri del blues inglese il motivo che da cinquant'anni fa innamorare gli europei bianchi del Blues; tanto da essere stati quest'ultimi a diffonderlo anche negli Stati Uniti.

Mike Figgis prima di passare al video e poi alla macchina da presa ha studiato musica e suonato rock. Giocando con i colori, che accomunano l'Union Jack alla bandiera a stelle&strisce gira un documentario che si interroga sul percorso che ha portato il Blues dal delta del Mississippi a Londra per poi tornare negli USA. Non che la "musica dell'anima" abbia mai abbandonato l'ex colonia, ma, a livello massmediale, quando gli Stones sbarcarono in America parlando di Muddy Watres nessuno dei giovani "rockers" sapeva chi fosse: "Ringrazierò sempre i ragazzi (inglesi) per aver fatto comprendere che i bluesmen neri americani hanno fatto grandi cose per la musica", dice B.B. King. Figgis raduna negli studi di Abbey Road Jeff Beck, Van Morrison, Tom Jones e altri pioneri (e non) del blues anglosassone; ragazzi che negli anni cinquanta "volevano essere neri": cercavano i dischi americani (non in busta ma con le copertine di cartone) in piccoli negozi per specialisti o attraverso riviste specializzate, piazzavano i microfono dietro le chitarre e li amplificavano in casa, i "padri" degli Stones, degli Yardbirds, di Clapton iniziavano il processo di cambiamento che sarebbe esploso nella prima metà dei '60.

Red, White&Blues è diviso in due parti, la prima va dal '45 al '60, quella dei pionieri, cultori filologi degli americani, musicisti "cult" agli albori del Marquee Moon; mentre l'altra parte, più breve, è dedicata all'esplosione commerciale, con Jagger/Richard che portano i nomi sacri alla folla bianca. La domanda che si pone, cercando le risposte nelle parole colte e innamorate degli intervistati è cosa abbia questo genere di musica che dal dopoguerra fa "impazzire" gli europei ed è entrato in tutti i generi contemporanei, passando dalla devozione mistica di Clapton ("pensavo di essere stato prescelto dall'alto a portare questa musica in Inghilterra") alle distorsioni fantasiose dei Beatles e legandosi al culto degli Stones.  Pieno di nomi, citazioni, aneddoti, a discapito della musica e delle immagini, che lo rende ancor di più un prodotto (da Martin Scorsese) per fans, il film di Figgis, svela, soprattutto con il volto e le parole di Clapton, l'approccio comunque più freddo e devoto degli inglesi, che si concretizza in un suono più pulito ma meno profondamente "blues" (anima, appunto). La tecnica e la filologia degli europei, passata anche al rock, se non si mischia come in Van Morrison ad un percorso di ricerca profondo, oppure a doti particolari come la voce di Tom Jones, o alla fantasia di Lennon e alla "simpatia per il diavolo" di Jagger resta (de gustibus...) un limite: nessuno come Iggy canta "I'm stupid deep inside, 'cause I'm blues"!

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