VENEZIA 60 - "29 Palms" di Bruno Dumont (controcorrente)

"29 Palms" è un film nato vecchio nel momento stesso della sua ideazione, il capolinea di una pratica di cinema d'autore che, per raccontare il vuoto della contemporaneità e sentenziare sulla morte dei rapporti interpersonali, fa banalmente scontrare i sessi nello spazio fantasma del deserto americano.

È difficile da credere, ma a trent'anni di distanza da Zabriskie Point c'è ancora chi, come Bruno Dumont, pensa sia innovativo, feroce e scandaloso prendere un uomo e una donna, farli scontrare nel vuoto del deserto americano e trarre conclusioni sul destino dell'umanità. Il suo film è il capolinea di una pratica di cinema d'autore che proviene dalle derive del cinema di Antonioni, una sterile modalità che, per raccontare il silenzio e il vuoto della contemporaneità, si limita a far coincidere il significante con il proprio significato. 29 Palms, nella sua ricerca pesantezza, è un film di disarmante facilità, una provocazione a vuoto che non si pone un solo problema di messinscena per sentenziare sulla povertà dei rapporti interpersonali: basta, dopotutto, prendere due personaggi senza spessore e farli muovere su un fondale piatto.

Il problema di Dumont è che odia il suo mestiere e i suoi attori, ma crede di essere assolto perché ricorre ad uno sguardo ironico e indifferente: riprende le scene sessuali come atti fisici ridicoli, scrive dialoghi da prima elementare, fa esplodere una cieca e ingiustificata violenza e poi, prevedibilmente, parla di horror sperimentale.

29 Palms, prima ancora di essere il passo falso di un autore che già con L'humanité aveva spinto la sua poetica in un vicolo cieco, è un film nato vecchio nel momento stesso dell'ideazione. L'uomo e la donna protagonisti sono i soliti (s)oggetti di una società disumanizzata, la loro vicenda un apologo pessimista che il Ferreri del Seme dell'uomo (1969!) aveva approfondito con ben altra ironia. Lui è il solito macho cafone, lei la principessa sul pisello che non fa un tubo e, a giudicare dalle urla disumane di lui, non sa neanche fare l'amore. La loro vita di coppia è una sequenza di atti sessuali meccanici, pranzi al fast food e conversazioni di disarmante banalità. Fino a quando la violenza del loro rapporto non esplode e pone fine alle loro inutili esistenze.

Qualcuno ha detto che si tratterebbe di una meditazione generata dai traumi dell'11 settembre; forse Dumont ha disseminato il film di piccole tensioni dando così una sottile coerenza al suo delirio assonnato. Sarà. Personalmente non me ne sono accorto e per tutto il film ho pensato a Gerry di Van Sant, nel quale davvero il deserto è un fondale piatto dal quale essere fagocitati e i personaggi, nel loro vuoto programmatico, si portano appresso l'assurdità e il mistero dell'esistenza.

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