VENEZIA 60 - "De fem benspaend" di Lars Von Trier e Jørgen Leth

L'opera più teorica di Von Trier, un saggio sperimentale di "tortura registica" nel quale egli condensa tutte le ossessioni sulla macchina-cinema, costringendo l'amico e regista Jørgen Leth a girare cinque remake del suo cortometraggio L'uomo perfetto, ogni volta con un ostacolo diverso

Lars Von Trier, al pari di Dumont ma con molta più vitalità e originalità, è un altro di quei registi che odiano il proprio mestiere. Ogni suo dogma nasce per essere tradito, ogni suo film è concepito per smascherare l'immoralità della finzione. Per Von Trier il cinema è una magnifica ossessione, un modo d'essere, prima ancora che un mezzo espressivo, con il quale entrare in conflitto e in stretta relazione con gli altri. Che egli odi i suoi personaggi è un dato di fatto: basta vedere la misera fine che fa fare alle povere Bess e Selma di Le onde del destino e Dancer in the Dark (non ho visto Dogville, ma a quanto pare alla Kidman succede davvero di tutto). È altrettanto indubbio, però, che la sofferenza e la tortura psicologica siano i soli modi con i quali Von Trier riesca ad amare le proprie creature, a creare con la propria materia quel legame emotivo che il suo stile tende sempre a negare.

In questo senso, De Fem Benspaend è l'opera più teorica della sua filmografia, un saggio sperimentale di "tortura registica" nel quale il pazzo Lars costringe l'amico sessantenne Jørgen Leth, autore nel 1967 del cortometraggio L'uomo perfetto, a rifare cinque remake del suo film, ogni volta con un ostacolo diverso. Von Trier dichiara di amare il lavoro di Leth e di voler un gran bene all'amico: proprio per questo, perciò, decide di violentarne e rovinarne il lavoro, costringendolo ad umilianti prove e assurde condizioni (che non vanno svelate per non rovinare la sorpresa). L'atteggiamento è quello di un monarca capriccioso ed esigente, un folle regista-Dio che ai brillanti superamenti d'ostacolo di Leth riesce sempre a trovare un difetto. Il film alterna i dialoghi tra Von Trier e Leth e i cinque film realizzati da quest'ultimo, condensando in un delirio autoreferenziale tutte le fobie del regista danese, strenuamente convinto che il cinema sia una macchina ammazzacattivi che vada smontata e resa inoffensiva. De Fem Benspaend è un'opera didattica, una buffonata d'autore, un'enorme opera di esorcizzazione delle paure che minano la creatività di Von Trier. Non è certo un caso che una delle condizioni sia quella di girare in massima libertà, forse il più sinistro e spaventoso dei suo incubi. Il povero Leth, come sempre, obbedisce e si mette al lavoro, e anche se in questo caso realizza una pataccata da spot pubblicitario, la sua passione per un mediocre lavoro sembra essere molto più sana della follia geniale e mefistofelica del suo sadico, amorevole collega.
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