VENEZIA 60 - "21 Grams", di Alejandro Gonzales Iñárritu
"21 Grams" dimostra che se il punto di partenza è unicamente rappresentato dall'interesse per la forma, tutto il discorso si inaridisce. Una struttura narrativa così fredda, di fatto, disinnesca il mélo e allontana le emozioni.
A furia di cercarne il peso, Iñárritu ne ha perso di vista l'essenza. Parliamo dell'anima, quella che appunto dovrebbe pesare ventuno grammi, secondo una leggenda "scientifica" che così misura la perdita di peso nel momento della morte. Il film - unico battente bandiera Usa in concorso a Venezia, ma gli autori e la troupe sono tutti messicani - si compone come un polifonico affresco attorno a temi estremi per definizione: la malattia e l'afflizione. In sottofondo l'impronta (forse inconsapevolmente) cattolica per la quale il massimo del dolore provato è già l'inizio di un percorso di redenzione. Solo così si può interpretare il "cammino" di Benicio Del Toro, sul quale il regista esercita una sorta di accumulo larsvontrieriano di sfighe facendolo passare dalla galera alla violenza domestica all'oratorio dove trovar pace e infine all'omicidio, seppur colposo. Ad essere uccisi due bambine e il padre. Il cuore di quest'ultimo viene trapiantato nel petto di Sean Penn, salvato così a una manciata di giorni dalla morte certa. Lui vuole sapere chi sia il donatore così ne rintraccia la moglie disperata, Naomi Watts, e insieme a lei progetta di uccidere Del Toro, nel frattempo scarcerato perché nessuno lo ha mai denunciato. Toni da melodramma, interpretazioni molto intense (hanno premiato Sean Penn ma la Watts e Benicio meritavano di più) e una domanda di fondo: perché diavolo raccontare una vicenda così lineare mescolandone i piani temporali e narrativi? Iñárritu privilegia la struttura a incastro, lo sapevamo da Amores Perros, ma 21 Grams dimostra che se il punto di partenza è unicamente rappresentato dall'interesse per la forma, tutto il discorso si inaridisce. Una struttura narrativa così fredda, di fatto, disinnesca il mélo e allontana le emozioni. Si subisce per 125 minuti una storia inutilmente cerebrale, molto autocompiaciuta, specchio per le allodole per chi tirerà in ballo una presunta modernità del cinema.
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