"La figlia del mio capo" di David Zucker

L'universo di Zucker è un cosmo sregolato e anarchico in cui lo sguardo si perde continuamente in mille direzioni e in mille rivoli sotterranei, come se ci trovassimo improvvisamente tra le mani un cinema sdoppiato in parodia di se stesso e in attrito politico ed estroverso.

Sullo sguardo dei fratelli Zucker non bisognerebbe mai scrivere qualcosa (saggio, libro, persino, recensione) perché il rischio, forte, sarebbe davvero quello di imprigionare l'incasellabile all'interno di una scrittura comunque limitante, angusta, ristretta. L'immagine di questo cinema deve volare, in un sussulto non più inibito di vita e di energia, di impeto e di antimodernità. Il cinema degli Zucker (a partire dalla serie de L'aereo più pazzo del mondo, diretto con Abrahams) in questo senso divelte ogni logica, arrembando veloce e sicuro su set riformulati come scatenate accensioni di fisicità imprevedibili. Se infatti in Rat Race Jerry Zucker geometrizza il cinema della slapstick, segmentandolo in cifrature al limite della parodia, ne La figlia del mio capo David, senza l'apporto del fratello, chiude il suo cinema in un interno (quello della casa di Terence Stamp a cui deve badare in sua assenza il protagonista) e costruisce in poco una smerigliata fantasia al limite del fantastico, in cui il cinema non si rifà più ad un referente preciso, ma è libero di muoversi libero e irriverente in un set cortocircuitato in iridescenti schegge di pensiero. Se infatti il corpo iniziale dello stesso Ashton Kutcher sembra parafrasare il teenmovie degli ultimi anni (American pie, Scary Movie e così via), è anche vero che Zucker dà subito vita ad uno sfrenato carosello di fisicità come smembrate che si sovrappongono in modo disordinato e frenetico lungo traiettorie imprevedibili. L'universo di Zucker (autore non a caso dell'imminente Scary Movie 3) è allora un cosmo sregolato e anarchico in cui lo sguardo si perde continuamente in mille direzioni e in mille rivoli sotterranei (l'accennato e poi esplosivo melò tra i due protagonisti, la presenza stralunata di Madsen come boss), come se ci trovassimo improvvisamente tra le mani un cinema sdoppiato in parodia di se stesso e in attrito politico ed estroverso, letteralmente illuminato poi da un lavoro sul corpo stesso dell'immagine che frulla via ogni pretesto, ogni funzionalità, ogni aggancio, per praticare indisturbato le soglie spettrali del nonsense più spinto. A Zucker non interessa per nulla al mondo stare nell'immagine odierna o nell'attuale caledoscopio di generi in voga, preferisce rimettersi nelle mani di uno spirito antico e artigianale (guardare per credere la sublime classicità fuori sinc dell'inizio) per poi proiettare sui nostri corpi un'ombra, una sagoma, un elemento di disturbo (in Rat Race era una mucca che piombava dal cielo, qui un pappagallo che il protagonista deve tenere d'occhio per salvare il lavoro) che ci faccia schizzare da un lato all'altro dello schermo, in una scorribanda muscolare e teorica ad un tempo dove ritrovare le ragioni profonde di un'idea (di cinema, di sguardo, di mondo) semplice e profonda. Il cinema de La figlia del mio capo è allora tutto nella surrealtà disturbante e poco conciliatoria di un mondo ridotto ai minimi termini(il solo gesto poetico e solitario di annullare il più possibile il mondo esterno si rivela precisa scelta di campo), in cui è ancora forte il ricordo della distruzione (quella adoperata dall'inarrivabile Sellers di Hollywood party sul corpo decadente della vecchia Hollywood), ma ancora più intenso forse il sentore di una ricostruzione da compiere all'interno dell'immagine, in un sussulto deflagratorio che ricomponga, senza per questo razionalizzare.

Titolo originale: My Boss's Daughter

Regia: David Zucker

Sceneggiatura: David Dorfman

Fotografia: Martin McGarth

Montaggio: Sam Craven, Patrick Lussier

Musiche: Teddy Castellucci

Scenografia: Andrew Laws

Costumi: Daniel Orlandi

Interpreti: Ashton Kutcher (Tom Stansfield), Tara Reid (Lisa Taylor), Terence Stamp (Jack Taylor), Molly Shannon (Audrey Bennett), Andy Richter (Red Taylor), Micheal Madsen (TJ), Carmen Electra (Tina), David Koechner (Speed), Jon Abrahams (Paul), Tyler Labine (Spike)

Produzione: Dimension Films

Distribuzione: Buena Vista International Italia

Durata: 85'

Origine: USA, 2003

 

 

 

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