"Amerika", di Maurizio Scaparro

Scaparro è anzitutto un regista teatrale, uno spirito inquieto che ama plasmare tempi incrociati e derive narrative, ma ancor di più uno sperimentatore che, lontano dalle tensioni perennemente mutanti di un Ronconi ad esempio, si diletta nell'arte combinatoria di segni apolidi e sfuggenti.

Nelle sequenze iniziali di Amerika il presente del teatro sembra stemperarsi nell'atemporalità nomade e sfuggente del cinema. Non ci troviamo in un teatro, ma nemmeno nella riproduzione amniotica della sala buia. E' un fuoricampo ad incollarci all'altra metà del nostro sguardo, in una dispersione visiva che confonde traiettorie, inquinando ogni approdo certo. Siamo a Praga, sorpresi inermi da un digitale che non mima la realtà, ma il suo aggiramento, in uno stato di aperta sospensione del senso. Scaparro gioca immediatamente con l'ambivalenza sognante di un teatro nascosto nelle quinte del cinema, sposta il baricentro dell'immagine, la sporca, riconducendola poi ad un testo base incompiuto (quello dell'Amerika vagheggiata/sognata/temuta da Kafka nel suo scritto omonimo) che si affaccia alla ribalta di se stesso, mutando scheletro e fisionomia. Per poi interrogasi sulla natura del filmico, sull'occhio spurio che guarda, sulla posizione da cui filmare corpi intermittenti, battitori di zone spettacolari che occupano frontalmente la scena. Scaparro è anzitutto un regista teatrale, uno spirito inquieto che ama plasmare tempi incrociati e derive narrative, ma ancor di più uno sperimentatore che, lontano dalle tensioni perennemente mutanti di un Ronconi ad esempio, si diletta nell'arte combinatoria di segni apolidi e sfuggenti. Il suo Kafka calpestò il palco dell'Eliseo quattro anni fa, ora torna nella deflagrazione muta di un cinema alimentato dal sacro fuoco di uno sguardo che reiventa febbrilmente le dinamiche teatrali in un digitale volutamente distante e artefatto. In questo senso Amerika si discosta in modo anche forte da ogni tentazione modaiola e accattivante, proprio nella misura in cui Scaparro digitalizza corpi e movenze, senza però ricreare mai nessun tipo di seduzione naturalistica. L'immagine è lì, frutto di evocazioni oniriche che battono universi letterari e reminiscenze poetiche, deposito ipnotico e misterico di tracce di vita (il protagonista e il suo sogno americano, l'ingresso in una metropoli che forse vive solo nella sua fantasia delirante) che non collimano quasi mai, per continuare a praticare l'ascesi di se stesse in un diluvio visivo che turba e movimenta la fissità dell'impostazione. In questo frangente il teatro/cinema di Scaparro ha una sua cifra autoriale lontana da ogni forma di supponenza (pur dissimile dall'immediatezza emozionale del Russo di Fondali notturni che però rifaceva chiaramente il teatro nel cinema), proprio nella misura in cui è cosciente di tentare l'infilmabile, continuando a confondere corpi e punti di fuga.

Regia: Maurizio Scaparro

Sceneggiatura: Masolino D'Amico, Fausto Malcovati, Maurizio Scaparro, tratta da "Amerika" di Frank Kafka

Fotografia: Ennio Guarnieri

Montaggio: Gabriele Costa

Musiche: Giancarlo Chiaramello, Scott Joplin

Scenografia: Emanuele Luzzati, GianTito Burchiellaro

Costumi: Roberto Francia

Interpreti: Max Malatesta (Karl Rossman), Enzo Turrin (vari ruoli), Giovanna Di Rauso (vari ruoli), Mario Monopoli (Delamarche), Vittorio Attene (Robinson), Franbcesco Bottai (Robinson

Produzione: Vincenzo De Leo per Theatre des Italiens/Istituto Luce

Distribuzione: Istituto Luce

Durata: 115'

Origine: Italia, 2004

 

 

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