"Radio West", di Alessandro Valori

"Radio West" paga lo scotto di una velleità autoriale comunque forte e in cui persino la scelta di filmare col digitale, optando poi per una fotografia traballante e sgranata, appare come la traccia inequivocabile di una certa presunzione di fondo che detta regole e imprigiona i corpi in diagonali sin troppo elaborate.

In Radio West (opera prima di Alessandro Valori) appaiono sin dall'inizio i segni di un cinema anomalo e contradditorio. La liquidità delle prime sequenze infatti (la macchina da presa che sorvola il mare, evocando uno sbarco imminente) produce un'astrazione che coglie corpi e cose in uno stato volutamente intermedio, segno della scrittura di un Marco Bellocchio che contamina e rarefà. La guerra ancora non c'è, se ne avverte un sentore minimo, eppure l'evocazione visiva è di quelle che vanno dall'Annakin de Il giorno più lungo, allo Spielberg di Salvate il soldato Ryan. In mezzo regna l'indistinzione di uno sguardo che pur, mimando la collocazione all'interno del set kosovaro, sembra spiazzarsi continuamente nell'esibizione di momenti che fuoriescono in modo sin troppo plateale dall'immediatezza del presente. Accanto infatti alla percezione di uno stato di cose chiaramente sospeso (i protagonisti giunti in Kosovo per un'azione militare), si avverte la tensione di uno sguardo che, memore senza dubbio delle strazianti deviazioni intimistiche del Malick di La Sottile linea rossa, biforca vedute e punti di fuga dell'occhio, abbandonandosi ad un profluvio di rielaborazioni mentali, in grado appunto di far scartare la visione di almeno un livello. Ecco, Valori ha senza dubbio la capacità di produrre divagazioni personali e dolorose che lo pongono immediatamente all'opposto rispetto ad esempio al pessimo El Alamein di Monteleone, ma che al tempo stesso imprigionano troppo spesso il suo cinema nella ripetizione (a tratti meccanica) di un linguaggio che non ha quasi mai il coraggio di filmare l'immediatezza che pure si respira in certi momenti. In questo senso Radio West paga lo scotto di una velleità autoriale comunque forte e in cui persino la scelta di filmare col digitale, optando poi per una fotografia traballante e sgranata, appare come la traccia inequivocabile di una certa presunzione di fondo che detta regole e imprigiona i corpi in diagonali sin troppo elaborate. Se infatti la voce narrante della radio (la radio west del titolo appunto) rimanda direttamente al Good Moring Vietnam di Levinson intrecciando in questo modo una stretta relazione con l'immaginario filmico di genere degli ultimi vent'anni, è anche vero che Valori non va quasi mai al di là della semplice filiazione, rinunciando a raccontare davvero ciò che si agita dentro i corpi, per aderire all'automaticità pur precisa del racconto. La macchina da presa in questo frangente pare subordinarsi alle esigenze di un testo pure interessante che scorre sempre però come fuori campo rispetto alla fragranza dell'immagine, toccando distrattamente persino l'unica vera rivelazione del cinema italiano di quest'anno che è Piero Taricone, capace di smussare una fisicità poderosa con dei momenti in cui sembra farsi quasi invisibile, intangibile.

Regia: Alessandro Valori

Sceneggiatura: Alessandro Valori, Marco Bellocchio, Francesco Colangelo

Fotografia: Luigi Martinucci

Montaggio: Francesca Calvelli

Scenografia: Sergio Tribastone

Costumi: Daria Calvelli

Interpreti: Pier Giorgio Bellocchio (Ale Fabiani), Pietro Taricone (Rizzo), Massimo Bosi (Petroni), Kasia Smutniak (Iliana), Marco Cocci (Bonanni), Piero Maggiò (Capo Ragosta)

Produzione: Alessandro Valori, Pier Giorgio Bellocchio e Andrea Marotti Pe Tricshow S.R.L.

Distribuzione: 01 Distribuzione

Durata: 80'

Origine: Italia, 2003

 

 

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