"Party Monster", di Fenton Bailey e Randy Barbato
Pur ammiccando a volte in modo troppo scoperto allo spettatore come nella prima e nell'ultima sequenza, "Party Monster" possiede senza dubbio il germe di un'aderenza strettissima a ciò che mette in scena, un vero e proprio senso di fagocitazione che stringe corpi e oggetti in pennellate assurde e oniriche

Il Party Monster di Bailey e Barbato non ha un inizio. Incede, tuonante e minaccioso, gettandosi a capofitto nella perlustrazione notturna di corpi travestiti, mascherati e smascherati nel vortice di un locale attraversato da bagliori di fumo e da pailettes deliranti. Lo sguardo è dunque già perso nella claustrofobia circolare di un universo estratto storicamente dall'underground newyorkese degli anni Novanta (il protagonista Culkin non a caso ne interpreta il massimo esponente, tal Micheal Alig), laddove si bypassa freneticamente ogni tipo di indugio o di pausa, perché il movimento domina ogni brandello di carne, ogni centimetro del set. I due autori in questo senso chiudono ogni spiraglio teso verso l'esterno e cortocircuitano il racconto di formazione (Culkin è convincente nella sua aria da eterno bambino) in una progressiva discesa all'inferno lambita da schegge di pura follia. In questo frangente Bailey e Barbato si spingono forse in quella che è la più estrema raffigurazione della diversità (intesa chiaramente in termini puramente fisici, quale surrogato di una sessualità difficilmente rappresentabile) fatta al cinema negli ultimi vent'anni, apparentemente debitrice delle contaminazioni irridenti e festanti di John Waters, eppure in grado di scavare trincee proprio nella esibizione di una gratuità repellente e visionaria (il party iniziale con gli invitati truccati con orribili cicatrici, squarci e ferite varie) che non ha mai a che fare con una qualche normalità a cui contrapporsi, perché la normalità non esiste. Il mondo di Micheal e del suo amico James è tutto racchiuso nell'esplosione frastornante di un colore che cela e distrugge (il loro primo incontro nel camerino e poi quello all'interno di un ristorante in cui Micheal appunta i segreti del suo futuro lavoro), lavorando l'epidermide più spinta e oscena della routine quotidiana e traslandola nel bailamme impazzito di un palcoscenico perimetrato dall'abisso della perdita. Come dicevamo, la normalità va cercata da qualche altra parte. Magari nello squallido impresario dei due (un grande Dylan McDermott) che, proprio per scontare la sua non appartenenza all'universo dei vuoti a perdere, ha un occhio bendato o magari nel piattume televisivo di una struttura catodica (la sequenza in cui il gruppo dei Ragazzi perduti di Peter Pan partecipa ad un talk show) che sbriciola e omologa l'irrapresentabile. Così Party Monster (da recuperare assolutamente in originale, visto il pessimo doppiaggio italiano), pur ammiccando a volte in modo troppo scoperto allo spettatore come nella prima e nell'ultima sequenza, possiede senza dubbio il germe di un'aderenza strettissima a ciò che mette in scena, un vero e proprio senso di fagocitazione che stringe corpi e oggetti in pennellate assurde e oniriche (la sequenza forse più rappresentativa è non a caso quella in cui James, drogato fino al midollo, scopre la verità sull'omicidio dello spacciatore conversando sul sofà con un immaginario topo gigante) che mettono a tappeto ogni logica e soprattutto ogni parvenza di costruzione.
Titolo originale: Party Monster
Regia: Fenton Bailey, Randy Barbato
Sceneggiatura: Fenton Bailey, Randy Barbato
Fotografia: Teodoro Maniaci
Montaggio: Jeremy Simmons
Musiche: Jimmy Harry
Scenografia: Andrea Stanley
Costumi: Micheal Wilkinson
Interpreti: Macaulay Culkin (Micheal Alig), Seth Green (James St. James), Chloe Sevigny (Gitsie), Natasha Lyonne (Brooke), Justin Hagan (Freez), Wilson Cruz (Angel), Dylan McDermott (Peter Gatien)
Produzione: Fenton Bailey, Randy Barbato, Jon Marcus, Bradford Simpson, Christine Vachon per Killer Film, World Of Wonder, Contentfilm, Fortissimo Film Sales
Distribuzione: Esse&Bi
Durata: 99'
Origine: Olanda/Usa, 2003
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