"In my country", di John Boorman
Boorman è come un fabbro rinascimentale della matericità filmica: arroventa i fotogrammi tanto che si ha paura che da un momento all'altro il film scompaia, risucchiato da una vampa e li raffredda con un'ironia mai sfatante che riflette il dolore più lancinante, costringendo lo spettatore a diventare metallo da modellare nelle sue delicate mani
"Non posso né sfuggire, né rinnegare... ma devo": ecco il cuore riposto, il motore morale che John Boorman mette in bocca a Juliette Binoche, protagonista del suo ultimo, stupefacente film In my country. Quella che il director inglese ci dipana dinanzi agli occhi è "la storia di un passato nascosto, senza vergogna" come chiosa l'attrice francese per bocca della sua Anna Malan, alter-ego schermico della poetessa-giornalista afrikaans Antjie Krog, autrice del volume Country or My Skull che è alla base della sceneggiatura di Ann Peacock. Una vicenda, quella del Sudafrica e dell'apartheid, che dalla sottomissione dei nativi da parte dei boeri nella seconda metà del '600 fino all'altro ieri storico attraversa più di tre secoli e mezzo di vergognose sofferenze e ingiustizie. La "Commissione per la verità e la riconciliazione", organismo di mediazione politica voluto da Mandela e dall'arcivescovo Desmond Tutu, attivo dal dicembre 1995 all'estate del 1998, è lo sconvolgente strumento simbolico per risvegliare la coscienza della protagonista (e di noi tutti) e mettere a dura prova il suo rapporto ombelicale con la sua terra e la sua famiglia. Sconvolgente perché "interroga il silenzio", rendendo pubbliche le violazioni dei diritti umani emerse dai racconti delle vittime e garantendo l'amnistia a chi rende piena confessione degli abusi compiuti e li motiva politicamente, per costruire un futuro fondato sulla pacifica coesistenza dei sudafricani, bianchi e neri, colpevoli e innocenti. Così, assieme allo scettico inviato del Washington Post Langston Whitfield (Samuel L. Jackson), Anna scopre il potere catartico dell' "ubuntu", il riconoscimento dell'altro e della sua dignità umana.
Boorman è come un fabbro rinascimentale della matericità filmica: arroventa i fotogrammi tanto che si ha paura che da un momento all'altro il film scompaia, risucchiato da una vampa e li raffredda altrettanto repentinamente con un'ironia mai sfatante che riflette il dolore più lancinante, costringendo lo spettatore a diventare metallo da modellare nelle sue delicate mani. Climax ascendenti e discendenti di dolce brutalità... come la vita vera, che si trovano perfettamente raccordati da quel respiro ritmico tipicamente boormaniano che è il montaggio a flash, quel procedere per ellissi e sospensioni che gli permette di entrare nella carne viva di ciò che vuole mostrarci. Cineasta della terra, quella che mette in contatto uomo-natura, un rapporto che Boorman con film come Un tranquillo week-end di paura, Duello nel pacifico, Excalibur, La foresta di smeraldo ha sviscerato come pochi nella storia del cinema, questa volta parla di una superficie stratificata "le cui ferite si possono rimarginare solo con la comprensione e il perdono" (come ci ricorda, nel finale, l'infiammata voce-off di Anna). Jackson e la Binoche sono un magnifico "caffe-latte recitativo" che si rimpalla, "senza un attimo di tregua", i lati oscuri e quelli solari delle rispettive personalità, incarnando una cartina tornasole politico-culturale-etnico-umana che impressiona per varietà e potenza di sfumature. Similmente al road-drama Oltre Rangoon, i protagonisti lottano contro i loro fantasmi personali i cui echi si spandono nel paesaggio che li accoglie e, come nel precedente e spionistico Il sarto di Panama, impersonano due visioni del mondo che qui si avvicinano inesorabilmente trovando un magico punto d'unione.
La Binoche irradia lo schermo toccando corde profonde del suo essere e ritrova, dopo la capitale esperienza kieslowskiana, la rara dote di far convivere una totale vulnerabililità che c'imbarazza (i suoi pianti, le sue perdite di controllo incidono in profondità e non si scordano) e un'esternazione del dolore scevra di qualsiasi auto-indulgenza, mentre Jackson regge sulle spalle, con ammirevole sensibilità, tutto il peso di un Paese (gli Stati Uniti) altrettanto repressivo e violento con la sua pena di morte, specchio nero dell'intero Occidente. Ma di altissima caratura sono anche il mefistofelico, paranoide Colonnello De Jager di Brendan Gleeson, il dolcissimo fonico Dumi (Menzi "Ngubs" Ngubane) che scaglia la mirabile battuta su Indovina chi viene a cena e avvolge con un ballo d'amore Anna e Anderson (Sam Ngakane), Mammy al maschile di enorme profondità psicologica ed emozionale che col suo "bastone generazionale" è l'asse di tutto il film. I momenti memorabili si affastellano con sorprendente naturalezza (uno su tutti: l'abbraccio "impossibile come un melò" tra il bambino e il carnefice dei suoi genitori) e la musica africana li accompagna o li prepara con una perizia arcaica che incanta.
Opera dove le parole contano veramente quanto le immagini che le accompagnano (e viceversa) e dove la mdp di Boorman si sublima drammaturgicamente nel pudore, quando inizia a zoomare appena prima del cut o si avvicina lentamente e da lontano ai corpi e alle parole che impregnano l'aria o, ancora, segue le curve emozionali delle schegge narrative accompagnando i personaggi in campo lungo tra "i seni e i golfi" dell'ipnotico paesaggio sudafricano.
Titolo originale: Country of My Skull
Regia: John Boorman
Sceneggiatura: Ann Peacock, tratta dal libro "County of my Skull " di Antjie Krog
Fotografia: Seamus Deasy
Montaggio: Ron Davis
Scenografia: Emelia Roux-Weavind
Costumi: Jo Katsaras
Interpreti: Juliette Binoche (Anna Malan), Samuel L. Jackson (Langston Whitfield), Brendan Gleeson (Colonnello De Jager), Menzi "Ngubs" Ngubane (Dumi Mkhalipi), Sam Ngakane (Anderson), Aletta Bezuidenhout (Elsa), Lionel Newton (Edward), Owen Sejake (reverendo Mzondo)
Produzione: Robert Chartoff, Mike Medavoy, John Boorman, Kieran Corrigan, Lynn Hendee
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 104'
Origine: Regno Unito - Irlanda, 2003
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