"Angeli ribelli", di Aisling Walsh

E'sotto il segno di una morte continua e avvolgente che la regista rimanda all'infinito il rewind di una memoria filmata come brandello di corpo, riuscendo in questo modo ad imporre senza invadenza una tragicità che risiede nel sublime anacronismo del passato.

La camera, il corridoio, la spaziatura cameratesca di un set chiuso e ovattato. Tra questi estremi il cinema di Aislin Walsh sembra svilupparsi lungo coordinate che da un lato rifanno il corso di un certo cinema di formazione (pensiamo a L'attimo fuggente, ma anche al recente Il Club degli imperatori con un grandissimo Kevin Kline), mentre dall'altro sembrano sviluppare sia pur timidamente un sottotesto carsico che lavora parallelamente la messinscena. In questo senso in Angeli ribelli lo sguardo della regista pare centrarsi sui corpi più immediatamente espliciti del racconto (quello del protagonista Aidan Quinn insegnante  nel riformatorio cattolico ST. Jude, nonché veterano della guerra civile spagnola, e poi quelli dei giovani studenti sui quali vengono commesse atroci violenze), ma non solo. Se infatti la frontalità del racconto segue piste più o meno stabili e ferme, la Walsh introduce spesso delle divagazioni laceranti e violente che hanno appunto come sfondo proprio il corpo del protagonista. Insegnante sì, ma non basta; anche  ex marito e amante di una donna uccisa dai franchisti durante la guerra in Spagna. Tanto basta alla Walsh per filtrare l'immediatezza sin troppo esplicita del presente con interessanti punte malinconiche di perdita che irretiscono la fisicità di Quinn, sino ad imporsi quali segni di un tempo rivissuto sulla pelle del ricordo. In questo frangente infatti (parliamo delle sequenze in cui il protagonista rivive proprio i ricordi dell'uccisione della moglie) è come se i corpi iperpresenti a se stessi di tutto il racconto subissero una sorta di plasmazione/centrifuga spaziale che li porta fuori/dentro rispetto al monoset dell'istituzione claustrofobica, appunto laddove si consuma il dramma di un'identità frammentata e irrisolta. Ed è allora sotto il segno di una morte continua e avvolgente che la regista rimanda all'infinito il rewind di una memoria filmata come brandello di corpo, riuscendo in questo modo ad imporre senza invadenza (per l'appunto quella che si respira in opere apparentemente similari come Magdalene) una tragicità che non risiede nel tempismo costruito della sopraffazione (quella commessa nell'opera ai danni dei giovani dell'istituto), ma proprio nel sublime anacronismo di un passato che torna sotto forma di intima necessità di vita.

 

Titolo originale: Song for a Raggy Boy

Regia: Aisling Walsh

Sceneggiatura: Aisling Walsh, Kevin Byron Murphy, Patrick Galvin, tratta dal romanzo di Patrick Galvin, "Ballata per un giovane straccione"

Fotografia: Peter Robertson

Montaggio: Bryan Oates

Musiche: Richard Blackford

Scenografia: John Hand

Costumi: Alyson Byrne

Interpreti: Aidan Quinn (William Franklin), Iain Glen (Fratello John), Marc Warren (Fratello Mac), Dudley Sutton (Fratello Tom), Alan Devlin (Padre Damian), Chrsin Newman (Patrick Delaney), Stuart Graham (Fratello Welham) 

Produzione: Fantastic Films, Moviefan, Lolafilms, Subotica Entertainment, 

Distribuzione: Dnc Entertainment

Durata: 92' 

Origine: Danimarca/Gran Bretagna/Irlanda/Spagna, 2003

 

 

 

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