"El abrazo partido", di Daniel Burman

L'identità per Burman non può essere ritrovata auspicando un ritorno alle origini, alla personalità di un Paese meticcio, idealizzando e mitizzando con nostalgia e sentimentalismi il passato utopico. L'identità non è un dato preesistente, è più un'idea che una realtà, un movimento nervoso e dialettico tra ieri e oggi.

Il giovane regista argentino continua a pedinare con ossessivo distacco l'identità nascosta. È un filo che lega questo film e il precedente Aspettando il Messia. Progetto che riparte con macchina da presa a pochi centimetri dalla nuca del protagonista: schiaffeggia lo spazio e il tempo chiusi in un centro commerciale dove si vendono storie comuni e dilemmi morali. Ariel racconta e dirige il punto di vista, confuso e decadente: tutto ciò che lo circonda sta cambiando per diventare qualcosa di nuovo, nella disperata ricerca di sopravvivenza. Il padre lo ha lasciato molto tempo prima, per un ideale, e con lui è partita la sua adolescenza. L'identità per Burman non può essere ritrovata auspicando un ritorno alle origini, alla personalità di un Paese meticcio, idealizzando e mitizzando con nostalgia e sentimentalismi il passato utopico. L'identità non è un dato preesistente, è più un'idea che una realtà, un movimento nervoso e dialettico tra ieri e oggi. Riflessione sul cammino costellato di aneddoti, tragedie ed eventi comici, verità e bugie. Lo spazio filmico diviene mezzo di recupero, perchè frammentato, rigenerato, raccontato. Il montaggio alternato segna i passaggi narrativi: parallelismo di più azioni contemporanee, giustapposizioni che mostrano i burattini impegnanti in discussioni, che inseguono o scappano. Perduto e partito, participi esistenziali in/di sottrazione, tracciano l'altra faccia di una cultura che abbonda di surrealismo, di enfasi, d'immaginari letterari e visivi assolutamente incontenibili. Le operazioni di "ripulitura" impegnano l'autore allo spasimo, forzando la natura claustrofobica entro le caselle prefabbricate e rigide del paradigma/cinema. Il compito non è mischiare nuovi "generi" o storie fenomenali; anzi spesso sembrano sfuggire completamente alla comprensione quelli/e che non si potrebbero adattare all'incasellamento. Ariel non mira neanche a farsi trascinare in nuove storie, scappa due volte: è intollerante verso quelle "inventate" da altri. Le restrizioni di campo, prodotte dalla fiducia nel paradigma, si rivelano essenziali allo sviluppo dell'identità: concentrando l'attenzione su un ambito ristretto di tratti e problemi relativamente "esoterici" (la ghettizzazione, l'incomunicabilità, l'ambigua scoperta), il cinema abbraccia una parte della natura umana in modo particolareggiato e leggero, rivela il peso di un corpo ingombrante e assente coprendo progressivamente il vuoto del disincanto.

 

 

Regia: Daniel Burman

Sceneggiatura: Daniel Burman, Marcelo Birmajer

Fotografia: Ramiro Civita

Montaggio: Daniel Burman

Musiche: Cesar Lerner

Scenografia: Maria Eugenia Suerio

Costumi: Roberta Pesci

Interpreti: Daniel Hendler (Ariel), Sergio Boris (Joseph), Adriana Aizenberg (Sonia), Diego Korol (Mitelman), Silvina Bosco (Rita), Melina Petriella (Estela), Jorge D'Elia (Elias), Nonna di Ariel (Rosita Londner), Isaac Fajn (Osvaldo), Atilio Pozzobon (Saligani)

Produzione: Classic, BD Cinema, Paradis Films, Wanda Vision

Distribuzione: Istituto Luce

Durata: 100'

Origine: Argentina, 2004

 

 

 

               

 

 

 

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