"E' più facile per un cammello...", di Valeria Bruni Tedeschi
Se non fosse per i continui ammiccamenti a sociologismi gauchisti, nouvelle vague, cafè e passages "È più facile per un cammello..." vivrebbe di una vita propria talmente intensa da infrangere le rigide barriere di un pubblico predestinato. Sempre che all'artista interessi tendervi.
Muoversi ai confini dell'autobiografismo (o dell'autoritratto, come sottolinea la regista) è sempre un'operazione delicata, che si insedia in limbo dove il sublime e il ridicolo possono vicendevolmente passare la mano per un'inezia, per uno sguardo, una movenza o una smorfia in conflitto tra istinto e pensiero. Il richiamo voyeuristico di casa Bruni Tedeschi nel clima soffocante degli anni di piombo, la curiosità per l'infanzia di un'attrice affermata e una sorella top model, i rimandi a Calopresti sono tutti elementi che dovrebbero fungere da volano per una piena integrazione tra persona, personaggio ed immaginario. Ma non è esattamente così. La concresi stilistica vuole tendere alla massima semplicità possibile, forse per insicurezza da opera prima o forse per creare una forte intimità tra gli attori (sembra l'interesse principale), una semplicità che possa rompere quel filo precario del controllo di sé. Una regia morettiana sbadata e casuale risulterebbe allora tollerabile come testimone occulto di gesti e parole che si rivelano di volta in volta ad una percezione immobile di fondo. L'entità Valeria Bruni Tedeschi abbandona l'estraneità autistica de La parola amore esiste e si inventa motore impalpabile, burattinaia centripeta, pungolo immateriale. Se la discrezione con cui si rielaborano i frammenti di storia/vita/set, monadi di scrittura sofferta e meditata, porta ad un gioco ad incastro non-lineare, le strategie normalizzanti provocano una feroce ed incessante spersonalizzazione del contesto umano. Gli inserti animati con Valeria e il cammello, i flashback, i caroselli, l'apparizione del Calindri di Cynar, i telegiornali sulle Brigate Rosse sono confusi deragliamenti dal desiderio di fragilità espressiva.
Fortunatamente l'autrice sa che un discorso di disagio sulla propria condizione di agiatezza non può evitare lo scivolamento nel comico. Non a caso il film si apre e si chiude con una derisione dell'utopico "regno dei cieli": la confessione al prete-psicanalista e la bara del padre che non entra nell'aereo privato che da Parigi dovrà riportarlo in Italia. Sono i lampi divertiti che salvano il film, dai goffi siparietti di danza ai rapitori solidali con la compagna bambina Valeria. Se non fosse per i continui ammiccamenti a sociologismi gauchisti, nouvelle vague, cafè e passages È più facile per un cammello...vivrebbe di una vita propria talmente intensa da infrangere le rigide barriere di un pubblico predestinato. Sempre che all'artista interessi tendervi.
Titolo originale: Il est plus facile pour un chameau...
Regia: Valeria Bruni Tedeschi
Sceneggiatura: Valeria Bruni Tedeschi, Noémie Lvovsky, Agnès de Sacy
Fotografia: Jeanne Lapoirie
Montaggio: Anne Weill
Scenografie: Emmanuelle Duplay
Costumi: Claire Fraisse
Suono: François Waledish
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi (Federica), Chiara Mastroianni (la sorella di Federica), Jean-Hugues Anglade (Pierre), Denis Podalydes (Philippe), Emmanuelle Devos (la moglie di Philippe), Marysa Borini (la madre di Federica), Roberto Herlitzka (il padre), Lambert Wilson (Aurelio)
Produzione: Paulo Branco, Gemini Films
Distribuzione: Mikado
Durata: 110'
Origine: Francia, 2003
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