"The Call - Non rispondere" di Miike Takashi
La sopraffazione dell'amore: le chiamate non risposte di Miike eludono le gabbie di genere per raccontare una storia di empatia lancinante, in cui le ferite aperte da sentimenti bulimici, fuori controllo, ma non per questo meno sinceri, diventano maledizioni virali che si propagano nell'etere

Miike Takashi è un narratore naturale - intransigente e fuori dagli schemi. Dirige una media di cinque pellicole all'anno, ha una schiera di fan adoranti, che vanno dagli amanti dell'estremo all'insospettabile critico cinematografico, e riesce quasi sempre a stupire per le sferzate incompromissorie con cui colora i suoi film. Sarà allora interessante vedere la reazione degli appassionati di fronte a questa incursione dell'eclettico regista nell'horror mainstream, prima sua opera distribuita nelle sale italiane - ed era ora! - dopo l'aleatoria comparsa sulle satellitari di Audition, deragliato thriller di affinità elettive. The Call - Non rispondere si iscrive di prepotenza nella folta schiera della new wave orrorifica giapponese, acuita dal successo di Ring e parenti, ma lo fa senza dimenticare il retroterra anarcoide e deviante di Miike. In superficie assomiglia a una rilettura acritica, ma nasconde un cuore tutt'altro che banale o banalizzato dalle somiglianze con il capostipite. Tratto da un noto romanzo di Yasushi Akimoto (Chakushin Ari, una chiamata persa), The Call si apre su un go-con, serate di incontri al buio organizzati dai giovani per socializzare e conoscersi. Yumi, studentessa universitaria, partecipa svogliatamente insieme a delle amiche, la timida Natsumi e la più sfacciata Yoko, arrivata in ritardo perché ha dovuto partecipare a un funerale. Mentre quest'ultima è in bagno a cambiarsi il vestito, riceve uno strano messaggio telefonico proveniente dal suo stesso cellulare, datato tre giorni nel futuro, con una voce identica alla sua che dopo una frase sulla pioggia scoppia in un assordante urlo di terrore. Qualche giorno dopo Yumi riceve una normale chiamata da Yoko, che si sta incamminando verso casa. Incomincia a piovere, Yoko dice una frase sulla pioggia, poi urla e precipita giù dal ponte che stava attraversando, travolta da un treno in transito. Quando anche un altro dei partecipanti al go-con muore davanti ai suoi occhi, dopo averle confessato di aver ricevuto un messaggio analogo a quello di Yoko, Yumi inizia un'indagine personale che ha il sapore di un'ossessione. Insieme a Natsumi e al misterioso Hiroshi, fratello maggiore di una precedente vittima, Yumi cercherà di fermare la catena di morti...
Gestendo con convinzione i tempi drammatici e dosando sapientemente i tratti inquietanti, Miike riesce con poche sequenze a precipitare lo spettatore in un'atmosfera crepitante. Il debito tematico con Ring è evidente: una maledizione che si propaga tramite la tecnologia (là i telefoni, qui i cellulari, come nel peraltro pessimo coreano The Phone), l'ineluttabilità circolare del destino, la corsa contro il tempo per disinnescare un meccanismo inderogabile. Ma l'affondo di Miike ha il coraggio di approfondirsi strada facendo, valicando i limiti impliciti di genere in una storia che si rivela un grande affresco melodrammatico. In gioco c'è il significato nascosto di quel sentimento ineffabile che è l'amore - o meglio i diversi significati che può assumere, soprattutto nella coniugazione genitori/figli. Non stupisce allora il passaggio della seconda parte a territori consimili alla prova più matura di Nakata Hideo, Dark Water (con anche evidenti rimandi estetici: il palazzo fatiscente, l'appartamento claustrofobico), in cui l'afflato paranormale riorienta le coordinate del sentire, verso un'empatia universale in grado di affiancarsi all'orrore, se non di cancellarlo completamente. Su questi due pilastri prospettici (la paura e l'amore, o la paura dell'amore?), Miike costruisce le basi per il finale, aperto e inderogabilmente romantico - a modo suo, ovviamente! Qualche dubbio sorge per l'utilizzo di soluzioni di seconda mano (ovvi riferimenti anche alla gestione della tensione in Ju On: the Grudge); ma Miike non esista a sfruttare materiale già consolidato per lavorare dall'interno, cesellandolo secondo la sua poetica, ed è un rischio che corre consapevolmente, visto che i rimandi sono subito palesati. Un Miike sotto controllo (lontani gli echi del folle Gozu), ma sempre in grado di manipolare la materia visiva, e dunque lo spettatore, a suo piacimento.
Titolo originale: Chakushin Ari
Regia: Miike Takashi
Sceneggiatura: Daira Minako
Fotografia: Yamamoto Hideo
Montaggio: Shimamura Yasushi
Musica: Endo Koji
Scenografie: Inagaki Hisao
Interpreti: Shibasaki Kou (Yumi), Tsutsumi Shinichi (Hiroshi), Fukiishi Kazue (Natsumi)
Produzione: Sato Naoki, Arishige Yoichi, Inoue Fumio per Kadokawa Daiei
Distribuzione: Mikado
Durata: 122'
Origine: Giappone, 2003
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