"The Fighting Temptations", di Jonathan Lynn
Il regista sceglie il "gospel" come elemento trainante più che trascinante. Nel profondo sud degli Stati Uniti la musica è un collante non tanto tra le origini rinnegate e la rampante immagine del civilizzato, ma tra le cadute di ritmo del parlato e le esplosioni del cantato.

Cuba Gooding Jr. si è dato ultimamente alle avventure semplici e toccanti, basti ricordare Mi chiamano Radio. Ma se nel precedente lavoro sfoggiava tutte le sue qualità espressive, di corpo e d'aderenza attoriale, nel film in questione è in uno stato di transizione permanente, è in un set in allestimento che fatica a trovare compimento. Il suo personaggio è un Abbagnale (Di Caprio in Prova a prendermi) che scappa e mistifica più per nascondersi da se stesso che per trovare nella fuga un'ebbrezza vitale. È andato via da Monte-Carlo, in Georgia, quando era ancora un bambino, con sua madre che cantava R&B, musica del diavolo per la comunità Battista del posto. È vissuto nella menzogna a New York, facendo credere di essere diventato un uomo d'affari, un uomo felice e realizzato. Ritorna all'ovile per incassare l'eredità di sua zia che non vedeva e non sentiva da vent'anni: il vincolo imposto dalla defunta per mettere le mani sul "bottino" è dover dirigere il coro della chiesa per partecipare al concorso tra contee. Insomma la conversione è prevedibile: da truffatore alla versione maschile di Whoopy Goldberg di Sister Act. Non come Michael Jackson: sbiadito ricordo imbalsamato. Così si può raccontare la vicenda, senza interruzioni per riprender fiato perché il respiro è superfluo, manca l'apertura dimensionale, il corso espressivo scavato tra due realtà lontane: quella metropolitana e quella della provincia nera. Gli Stati Uniti non si vedono, non s'immaginano, ma si contengono. In mezzo la storia è piatta, tiene a bada sbavature sentimentali e grottesche calamità perbeniste. Ma è succube del flusso di richiami musicali, eccessivi catalizzatori d'energia pura e fremente. Il regista sceglie il "gospel" come elemento trainante più che trascinante. Nel profondo sud la musica è un collante non tanto tra le origini rinnegate e la rampante immagine del civilizzato, ma tra le cadute di ritmo del parlato e le esplosioni del cantato. Poco più di due ore "gonfiate" dalle prestazioni canore integrali della solista d'eccezione Beyoncé Knowles (già Desuny's Child) e svariate "ugole" di talento. Non male: con il biglietto del cinema si assiste ad un bel concerto (vedi locandina inanimata e co-produzione MTV)...
Regia: Jonathan Lynn
Sceneggiatura: Elizabeth Hunter, Saladin K. Patterson
Fotografia: Affonso Beato
Montaggio: Paul Hirsch
Musiche: Jimmy Jam, Beyonce' Knowles, Terry Lewis, Big Jim Wright
Scenografia: Victoria Paul
Costumi: Tracey White
Interpreti: Cuba Gooding Jr. (Darrin Hill), Beyonce' Knowles (Lilly), Latanya Richardson (Paulina Pritchett), Mike Epps (Lucius), Steve Harvey (Miles Smoke), T-Bone (Bee-Z Biggs), Wendell Pierce (Reverend Lewis)
Produzione: Paramount Pictures, MTV Films
Distribuzione: UIP
Durata: 123'
Origine: USA, 2003
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