TORINO 21 - Sono stati loro. 48 Ore a Novi Ligure (Doc 2003 Fuori Concorso)
Guido Chiesa racconta le 48 ore che gravitano intorno alla tragedia di Novi Ligure e "costringe" lo spettatore a interrogarsi sui propri moti interiori. Una riflessione ed un approfondimento sulla spettacolarizzazione di un evento tragico che già da solo, in modo naturale, tende a farsi visione e rappresentazione, quadro e fotografia di un ambiente.

Sicuramente "Sono stati loro. 48 ore a Novi Ligure" non vuole essere né un film di denuncia, nel senso proprio di come lo può essere un documentario che racconta un crudele episodio della cronaca nera nazionale, né tanto meno un lavoro che intende muovere il proprio definitivo e intransigente "J'accuse" in direzione dei colpevoli impalpabili che spesso si trovano dietro i colpevoli reali. In un'opera che alterna finzione teatrale a reali immagini di cronaca estratte da telegiornali e programmi televisivi dei giorni immediatamente precedenti e successivi al 21 febbraio del 2001, il regista torinese si addentra nelle dinamiche più comuni che governano l'andamento di un paese, struttura apparentemente solida sorretta da abituali rituali e sicure cadenze (la cena del venerdì a cui i protagonisti-abitanti-amici partecipano regolarmente e che finirà, forse, per essere compromessa dal tragico evento) insieme a luogo in cui si depositano e sedimentano le frustrazioni più comuni.
Ricostruendo in uno studio dal fondo nero le conversazioni che immaginari abitanti della cittadina effettuano tra loro, Guido Chiesa riesce a far emergere in modo più chiaro lo spaesamento che ha portato l'informazione italiana, specchio diretto di una società in cui si rispecchiano azioni e pensieri dei protagonisti e dei comprimari che la abitano, a riempire la tv e la stampa di analisi sociologiche, di accuse reciproche dei politici, di dichiarazioni spaventosamente disarmanti a causa della loro banalità, di sentimenti forti e difficilmente comprensibili perché spesso si muovono in direzioni opposte, oltre che naturalmente di dettagli macabri e compiacenti appartenenti alla strage della villetta. Una riflessione ed un approfondimento sulla spettacolarizzazione di un evento tragico che già da solo, in modo naturale, tende a farsi visione e rappresentazione, quadro e fotografia di un ambiente.

Tutto il documentario si sviluppa intorno alle prime ipotesi che furono avanzate per l'occasione (rapina, ladri, albanesi, etc..) e mentre lo si guarda, proprio perché ormai ognuno sa che il caso è stato risolto nel modo più tragico, tutto sembra apparire più chiaro ma allo stesso tempo più confuso, perturbante insomma. I primi minuti dell'opera introducono geograficamente e storicamente il territorio, inquadrando la zona con riprese aeree e mostrano foto di illustri appartenenti storia più recente, quindi la macchina stringe sulle vie del centro storico, sulle statali costeggiati da centri commerciali e fabbriche, nei caffè ai cui tavoli siedono amici e famiglie che si trovano ora a vivere in un ambiente che in pochi anni ha conosciuto un veloce sviluppo industriale e produttivo che ha portato ad immettere nel territorio tanti stranieri in cerca di nuove possibilità e a cui, probabilmente, non si è affiancato un adeguato programma di maturazione e accrescimento sociale e culturale.
Il sentimento che si trova alla base sia dei carnefici che hanno agito apparentemente senza motivo sia delle vittime, non solo di quelle reali ormai impossibilitate per sempre a provare qualsiasi cosa ma di quelle che attonite si sono trovate ad essere vicini spettatori di un avvenimento che li ha costretti drasticamente ad aprire gli occhi, è probabilmente lo stesso: la paura, e forse ancora di più della paura la paura di una minaccia. Come lo stesso Chiesa scrive sul catalogo: "Questo non è un film di denuncia, non ci interessa giudicare piuttosto raccontare e possibilmente capire la "paura" che attraversa la coscienza collettiva".
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