TORINO 21 - Il cinema d'amore di Stephen Dwoskin (Fuori Concorso - Detours)

Cinque opere di un maestro del cinema sperimentale costituito di immagini di passati remoti e prossimi che si mescolano in un pensiero di infinita tenerezza come attinto direttamente da quella sede del cervello dove le emozioni e le memorie sono indivise

Avvicinarsi ad un volto e percepirne il tepore. E' questo il lavoro di Stephen Dwoskin, cineasta newyorchese e maestro dello sperimentalismo che dagli anni '60 ha realizzato circa 40 film e al quale Torino dedica uno spazio nella sezione Fuori Concorso (Detours).
Cinque opere, recuperate tra quelle dei primi anni e tra le più recenti, trascinano in un mondo di bellezza e rarefazione costellato di corrispondenze immediate quanto evanescenti. Lost Dreams (UK 2003), Dad (UK 2003)  e Dear Frances (UK 2003) diventano allora un percorso unico di  visioni lontane e vicine come lo sono i ricordi che ricompongono lo spazio caldo e stretto degli affetti. Lost Dreams, lo fa scoprendo delicatamente l'intimità dei pensieri di giovani donne, accarezzandone i lineamenti con il moto ondoso del fuoco e del fuori fuoco che si perde nella pelle cullando l'immagine. Le ragazze si spogliano poco alla volta e ripetono il gesto classico della seduzione portando una sigaretta alla bocca mentre con dolcezza lo zoom cattura i micro-movimenti delle labbra, l'ineffabile baluginio della pupilla. E come la bocca che si sta per baciare si sfoca nell'avvicinarsi, il movimento della camera  diventa uno "zoom d'amore", un interlocutore del dialogo sentimentale.
Lo stesso sguardo d'affetto ritrae i soggetti di Dad e Dear Frances, opere dedicate al ricordo del padre (unica figura maschile rappresentata) e della compagna, entrambi defunti ed entrambi osservati nei gloriosi gesti di una quotidianità irripetibile. Sono corpi che si muovono immersi nell'acqua, protetti da un liquido amniotico che ottunde i suoni o che, come accade in Dear Frances, ne ripropone solo i  vagiti dei brevi attimi in cui si sente la voce di Frances mentre salta nuda su un letto.
La sensualità soffusa di questi primi tre titoli si concretizza poi nei due film che all'ultimo momento sono stati aggiunti al programma del fuori concorso dedicato a Dwoskin: Dirty (1967) e Moment (1968).  La delicatezza dei sentimenti si ispessisce qui della corporeità del sesso affidato, nel primo, ai giochi tra due ragazze e, nel secondo, all'erotismo solitario di una donna. In Dirty lo sguardo smette di accarezzare per perdersi nella reiterazione e nella frammentazione dei gesti mentre Moment si scalda della carnalità crescente dell'inquadratura fissa sul viso nudo della ragazza stesa su un telo rosso con una sigaretta tra le labbra che si perde nel piacere. Dwoskin riesce così a superare la barriera del voyeurismo penetrando nell'intimità della scena e facendosi partecipe del gesto.
Completamento del lavoro  di immersione nella fisicità dei suoi soggetti è la ricerca che il regista opera sul suono, fatto di echi musicali e remoti nei momenti d'amore e di rumori  sordi e interiori nei momenti di sesso.
Quello che la critica ha battezzato come "cinema personale" è in realtà un cinema del sentimento non perché lo descrive ma perché è sentimento, perché esiste dentro l'atto d'amore. È un prezioso fiotto di luce, l'opera del cineasta americano, nel cammino carsico delle deviazioni/detours di questo festival torinese.

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