TORINO 21 - "Struggle" (Concorso)

Tra la disperazione di "Rosetta" e la desolazione di "Canicola", le storie di tre solitudini al confine tra la povertà disgraziata e il benessere omologante

La fatica quotidiana del lavoro, l'alienazione ineluttabile della modernità, l'annullamento dell'identità. Tutto questo è Struggle, debutto della giovane regista tedesca Ruth Mader (già selezionato a Cannes) che emerge nel concorso per la capacità di documentare crudamente la miseria di esistenze svuotate.
Le storie, brevi o lunghe, di una dottoressa umiliata, di una operaia logorata e di un agente immobiliare abbrutito riversano uno straziato ritratto del disagio come condizione inevitabile del progresso. Il confine orientale dell'unione europea, set del film, è il confine tra la povertà disperata e il benessere omologante. Varcarlo è la prova a cui è sottoposta l'operaia che passa instancabilmente da una catena di montaggio all'altra finendo per annullare la differenza tra soggetto e oggetto del lavoro. Nella lunga sequenza che segue tutte le fasi della macellazione industriale di pollame, la pena per la  dissezione dei cadaveri si sposta automaticamente sulla degradazione di chi compie meccanicamente quei gesti, bestia fra le bestie. La lunghezza della rappresentazione del lavoro, la ripetizione delle scene aumentano ancora di più la percezione della fatica e dell'annichilimento.
Così come il pedinamento dell'agente immobiliare, circondato dal vuoto anche quando maldestramente cerca la compagnia di un rapporto filiale inesistente o di un'emozione sessuale squallida.
È una vita muta e mutilata in cui madre e figlia non pronunciano mai una parola, il dolore o l'offesa non producono neanche un gemito e persino il sesso è sprofondato in un gelido silenzio. E nell'assenza di suoni umani spiccano ancora più tristemente le canzonette pop che accompagnano le solitudini del personaggi.
Tra la disperazione di Rosetta dei fratelli Dardenne e la desolazione di Canicola di Ulrich Seidl, Struggle cerca nel finale una possibilità di sperare, ma la bambina resta muta e i sorrisi sono relegati nella cartapesta di un piccolo teatrino di burattini.

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