Non una parola. Lo sciopero degli sceneggiatori negli Stati Uniti

Vent’anni dopo i cinque mesi di sciopero del 1988, e all’esatta scadenza del loro contratto, gli sceneggiatori americani posano di nuovo la penna. Lo fanno per soldi, naturalmente: ma non solo. E mentre i produttori confidano nel fattore tempo, registi ed attori pensano soprattutto alla scadenza contrattuale di metà 2008. Un breve viaggio dentro la protesta, per capire cosa c’entra il Mississippi e cosa succede a chi viola lo sciopero

Dura esattamente da una settimana lo sciopero degli sceneggiatori, che negli Stati Uniti sta iniziando a paralizzare l’apparato produttivo televisivo. Senza battute a raffica, David Letterman, Jay Leno e gli altri late-nighters possono fare affidamento solo sulle proprie capacità istrioniche. Per non parlare dei serial, soggetti spesso a ritmi che intercalano pochissimi giorni tra la stesura di un copione e la registrazione delle relative puntate. Il cinema, per il momento, non vacilla: viste le nubi sempre più nere che si andavano accumulando sulla contrattazione, i produttori cinematografici associati alla AMPTP – Alliance of Motion Pictures and Television Producers – si erano premuniti da tempo accelerando i ritmi sui set aperti, cercando di creare un magazzino che potesse consentire loro qualche mese di tranquillità.
 
Le trattative tra sceneggiatori e produttori, iniziate a metà luglio scorso, si sono arenate sull’indisponibilità da parte delle compagnie di produzione a riconoscere agli autori una parte dei profitti derivanti dai cosiddetti “residuals”: un termine ingannevole, dato che rappresenta l’incasso derivante dalla distribuzione delle opere cinematografiche e televisive sui formati non standard. Per capirci, parliamo di dvd, internet, cellulari e altri “new media”. La definizione di residui tradisce chiaramente l’obsolescenza di un accordo di suddivisione degli incassi basato su una situazione risalente a vent’anni fa, in cui il grosso dei profitti proveniva ancora dalla distribuzione dei film in sala, dalla vendita dei programmi alle reti televisive tradizionali e dal mercato del VHS. Ed è proprio questo il nocciolo del problema: gli sceneggiatori reclamano un aggiornamento del Minimum Basic Agreement, che renda giustizia di una situazione in cui, a loro detta, dalla vendita di un dvd guadagna più il fornitore della custodia di plastica che l’autore dei testi. Ma, a guardare bene, le rivendicazioni delle Writers Guild vanno al di là dei semplici diritti d’autore, e spaziano dagli ambiti lavorativi ai quali applicare gli accordi, fino alla previdenza, all’assistenza sanitaria e al diritto di associazione.
 
Vent’anni dopo lo sciopero del 1988, che durò cinque mesi e mezzo, e un miliardo di anni dopo gli scioperi anteguerra sempre del secolo scorso, gli sceneggiatori – le teste pensanti dello show business multimediale – sono ancora agguerriti. La stragrande maggioranza degli autori è organizzata, e chi scrive testi per cinema, tv o altri media non deve far altro che controllare da che parte si trova del Mississippi: ad ovest potrà iscriversi alla Writers Guild of America-West, ad est potrà firmare invece per la Writers Guild of America-East. I due sindacati si sono divisi le aree geografiche di competenza, ma sono associati, fanno riunioni in comune – una volta a Los Angeles, l’altra a New York, condividono le linee politiche, si muovono in sincronia con le altre organizzazioni di scrittori in lingua inglese al di là degli oceani. Insomma, fanno le cose sul serio. Del resto, le WGA West ed East hanno quasi cent’anni, discendendo direttamente dalla Authors League of America, che nel 1912 iniziò a raccogliere le adesioni di autori di libri, articoli per periodici e opere teatrali: il cinema era minorenne, la radio un congegno sperimentale, e la tv semplicemente non esisteva.
Le regole dello sciopero sono ferree: la disciplina, per i membri delle WGA, è massima. Chi non è iscritto, e non rispetta la normativa, non potrà associarsi neanche in futuro. Nell’elenco dei 13 precetti da rispettare durante la protesta, la regola numero 1 è: cessare immediatamente di scrivere per le compagnie “avversarie”, la lista delle quali – lunghissima – conta centinaia di società, dalla Abandon Pictures alla Zydeco Productions. Tra le altre norme, quella che impone di richiedere la restituzione di opere spedite come testo di prova e quella di denunciare i crumiri, cioè coloro che – membri o non membri delle WGA – producono, durante lo sciopero, testi per “il nemico”.
 
Ma anche la controparte non scherza. La risposta alle richieste degli autori è decisa e non lascia spazio a repliche: no all’aumento dei diritti d’autore, no a riconsiderare l’intero assetto della normativa, ricomprendendo quindi in essa i “new media”, no a margini diversificati nello sfruttamento di Internet rispetto al dvd. Lo sciopero, insomma, era inevitabile. Sul suo sito, la potente AMPTP controbatte le posizioni avversarie, ma lo fa in punta di fioretto, cercando semplicemente di smontare le argomentazioni che vorrebbero gli sceneggiatori americani dei poveri precari, e citando statistiche da pollo di Trilussa per dimostrare che questi fannulloni non se la passano affatto male. Del resto, come sempre capita in questi casi, l’associazione dei produttori è sicura del fatto che ogni giorno in più di sciopero toglie forza alla protesta: non fosse altro per il coinvolgimento indiretto delle sorti di tutto l’indotto produttivo, del quale quella degli scrittori è solo – per quanto importantissima – una parte.
 
Registi ed attori, ad esempio, guardano alla protesta degli sceneggiatori con atteggiamenti differenti: in particolare, i primi mantengono un maggiore distacco, rispetto all’ampia e favorevole presa di posizione degli attori. A loro volta le due categorie stanno per iniziare un percorso di trattativa, sempre con la Alliance of Motion Picture and Television Producers, che ha come dead line il prossimo 30 giugno, data di scadenza dei rispettivi contratti: chiaro quindi che, tra le parti, si stia mettendo in piedi uno silenzioso scambio di messaggi a distanza.
Tra le dichiarazioni a favore delle proteste, i tre candidati democratici alla Casa Bianca si sono schierati dalla parte dei manifestanti con parole diverse, che vanno dal buonismo di Edwards all’equidistanza di Hillary Rodham Clinton all’esortazione di Obama: “Vediamo se le corporation dei media continueranno a concentrare i profitti nelle mani dei loro dirigenti”. Il Governatore della California Schwarzenegger, invece, si è offerto al termine della scorsa settimana per interpretare il ruolo di mediatore. Abbraccio fraterno e senza riserve dall’International Brotherhood of Teamsters, che con i suoi 1.400.000 iscritti delle più disparate categorie è il principale sindacato americano. Curiosità cinefila: il presidente dei Teamsters, James P. Hoffa, è il figlio del più famoso, se non famigerato, James R. Hoffa, a capo del medesimo sindacato per quattordici anni e scomparso nel 1975, probabilmente rapito ed ucciso dalla mafia; la sua storia controversa venne portata al cinema nel 1992 da Danny DeVito in Hoffa: santo o mafioso?, con Jack Nicholson protagonista. 

Seguiremo le vicende degli sceneggiatori, e vedremo come andrà a finire. Per ora, la protesta serve soprattutto per comprendere la profonda incidenza della rivoluzione digitale sugli equilibri produttivi dello show business; ma aiuta anche a capire con quale velocità il cambiamento in atto stia mutando le sorti di centinaia di migliaia di persone, non solo americane, la cui esistenza dipende dal successo dell’ultima diagnosi del dr. House.

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