POLEMICHE (Nouvelle Vague) - Per una critica "umorale"

Non ci piace muoverci nella solidità, i movimenti sono limitati e per cambiare è necessario demolire; preferiamo gli umori che ci permettano un "dolce su e giù", nuotando, sguazzando, rischiando di affogare nel fluido. E' un atteggiamento "vitapoietico", quei film con i loro "umori", ci costruiscono la vita che muta come la nostra visione di essa

 

 

 

Gentilissimo signor Tassone,

rispondo come "io, un altro" partecipante ad un progetto, (per me) polifonico e carnevalesco come i romanzi di Dostoevskij per Bachtin, che è Sentieri Selvaggi. Mi sento come il Castellitto de L'ora di religione nell'affrontare il duello a cui ci sfida e le premetto subito che il duello non ci sarà, non ci può essere.

Lei si dichiara pronto a qualunque confronto (non armato) sulla NV che si muova su basi storiche solide, non su scatti umorali, mentre il nostro punto di partenza è esattamente opposto. Non ci (il "noi" indica i miei vari "io" e, se capita, qualcun altro dei "selvaggi") piace muoverci nella solidità, si rischiano escoriazioni, i movimenti sono difficili o limitati e per cambiare è necessario demolire; preferiamo gli umori che ci permettano un "dolce su e giù", nuotando, sguazzando, rischiando di affogare nel fluido... Pensi che il tutto nasce da un'invenzione di Giona (il nostro Maradona...), proiettata all'interno della rivista, indirizzata al solo Federico, che ha pensato bene di pubblicarla.

In questo meccanismo, privato/pubblico interno/esterno, si manifesta il nostro pensare critica e cinema, la volontà di rimettersi in discussione integralmente con la propria totalità umana così diversa e uguale alla totalità cinema. Uscirentrare attraverso conscio e inconscio, realtà e finzione e tutte le bipolarità manichee che formano quell'enorme commentario alla Bibbia che chiamiamo Storia, ecco quello che ci interessa, le storie e non la Storia e per riuscire ad entrare e uscire abbiamo bisogno, fisiologicamente, degli umori.

Alla fine era questo il motivo di discussione, è sempre questo il nostro motivo di discussione: una scelta/problema di una "e" che si accenta sempre, perciò non "noi e la NV", "noi e il cinema" ma "noi è la NV", "noi è il cinema". E' questo prendere coscienza di (non del) sé che cerchiamo, non del cinema. Questa è la rivolta che ci interessa non se il pianosequenza di Godard è diverso o uguale a quello di Antonioni o di Arca Russa di Sokurov. Fincher in Panic Room usa il digitale per attraversare con la mdp un'intera casa, Antonioni ha impiegato un mese per le sbarre nel finale di Professione:Reporter, ma queste sono questioni (importanti) meramente tecniche che smuovono appena neanche la nostra coscienza ma la nostra erudizione, le uniche che si fermano sulla superficie dello schermo. Sarebbe interessante leggere il catalogo e tutto quanto ci segnala ma le assicuro che non cambierebbe questa discussione.

Ciò che chiamiamo NV è prima una sigla/etichetta messa come su una scatola di cioccolatini variegati e su ogni prodotto per poterlo meglio mercanteggiare e (de)finire, chiudendolo in "solide basi", poi una nozione che si tenta di chiudere nelle "solide basi" della Cultura. Cioè, una volta stabiliti meriti e torti del prodotto NV, consideratolo chiuso nella sua evoluzione, si può quantificare la "portata" del fenomeno dal punto di vista storico, artistico e via dicendo. In pratica, oggi, si vorrebbe la NV mito, qualcosa che è stato e che si può guardare sempre più "dal basso" (del tempo), vederne i contorni e assegnarle il ruolo nello spettacolo chiamato Storia del cinema, della Cultura, o di quant'altro.

Il nostro è invece un atteggiamento "vitapoietico", quei film, con i loro "umori", ci hanno costruito o ci costruiscono la vita (giornaliera, privata...tutta!) che muta come la nostra visione di essa (e dei film, che poi mutano a loro volta). Non importa se Truffaut ha torto o ragione nell'innalzare Rossellini su De Sica ma il fatto stesso che un uomo/critico usi la rabbia o la cecità nell'affrontare il cinema/vita, che operi scelte, che si penta. Peccato che i film di Godard non abbiano influenzato il cinema a seguire, non per la "bellezza" di tematiche, primi piani o montaggio ma per la voglia stessa di fare del cinema la vita stessa e non della vita cinema, come provano a fare quasi tutti.

Le opere e gli individui che voi chiamate NV rappresentano innanzitutto un passo importante nell'evoluzione umana, ecco perché non si può non amare ancor di più Renoir, che va in America a fare film, a scopare, bere, mangiare, a vivere come meglio si confaceva al suo momento, diverso e uguale al Renoir impegnato degli anni precedenti e ai tanti che difendevano "il suolo natio"; era più cosciente di sé, più "NV", come anche noi vorremmo essere.
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