EDITORIALE - Offside
Dall'ultimo Panahi di Offside un drammatico rapporto tra potere e cultura in cui si può essere incarcerati solo per un film oppure ci possono essere manette immaginarie con pesanti tagli economici e offese da parte delle alte stanze del potere del nostro governo. Mentre intanto il calciatore Borriello se la prende con Saviano o la rassegna Cannes a Roma mostra uno dei programmi puù poveri degli ultimi anni
Domenica 29 maggio l'ottimo festival fiorentino Goal!, diretto da Giovanni Bogani, ha presentato, in anteprima assoluta per l'Italia, Offside del regista iraniano Jafar Panahi, che vede protagonista una ragazzina che cerca di entrare allo stadio per vedere la partita decisiva per la qualificazione dei mondiali della sua nazionale. Cerca così di camuffarsi ma viene scoperta e fermata. E' così costretta a stare assieme ad altre ragazze in un posto dello stadio fuori dal campo e può sentire soltanto le voci. Premiato con l'Orso d'Argento al Festival di Berlino del 2007, si tratta certamente di una delle opere migliori del regista di Il palloncino bianco e Il cerchio ed è capace di unire tracce del nostro realismo con tocchi comici sempre molto trattenuti ma comunque efficaci. In occasione della serata il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha assegnato a Panahi il Fiorino d'oro sperando che venga a ritirarlo al più presto, magari nella prossima edizione del festival su cinema e calcio. Il regista iraniano era stato liberato proprio quella settimana su cauzione dopo quasi tre mesi di prigionia (era stato imprigionato infatti all'inizio del marzo scorso) e per lui, come abbiamo visto, all'ultimo Festival di Cannes c'era stata una partecipazione collettiva dopo l'annuncio di una giornalista iraniana dello sciopero della fame deciso dal regista. Lo stesso Kiarostami (spesso accusato di non prendere posizione contro il governo iraniano), aveva aperto la conferenza di Copia conforme, augurandosi un immediato rilascio del collega mentre Juliette Binoche si era pubblicamente commossa. Forse l'effetto-Cannes ha contribuito alla scarcerazione di Panahi che è stato in carcere senza motivo e che precedentemente negli Stati Uniti, proprio mentre stava andando a Mar de Plata per presentare Offside, era stato costretto a subire l'umiliazione di non proseguire il suo viaggio, riprendere il volo di ritorno e tornare nel suo paese su disposizioni governative. Panahi per fortuna oggi è stato liberato. In Iran ci sono, però, ancora molti cineasti indipendenti dietro le sbarre e torturati. A livello internazionale non si conoscono i nomi, si trovano lì per un solo reato. Non hanno ucciso nè rubato: hanno fatto un film.In attesa di poter ri/vedere ancora in qualche modo il suo splendido film, anche il cinema italiano è stato messo in offside dal governo italiano. Ancora non ci troviamo davanti a registi, attori e produttori incarcerati (visto il clima, non si esclude che si potrà arrivare anche a questo). Ma le manette, simbolicamente, sono già state messe. Innanzitutto i tagli economici. E' di questi giorni la notizia dello sciopero al Centro Sperimentale di Cinematografia, ma molti enti e festival si ritrovano con l'acqua alla gola. Che in Francia il cinema e il teatro siano sempre una religione e qui invece un noioso svago per intellettuali e per le masse è risaputo soprattutto visti gli investimenti culturali da parte del Ministero. Non solo. Fanno anche gli offesi se qualcuno dice qualcosa. Ricordiamo la polemica Placido-Brunetta per Il grande sogno a settembre dell'anno scorso durante l'ultimo Festival di Venezia. Ora ecco l'offeso Bondi, nei confronti di Draquila della Guzzanti, rifiutarsi di andare a Cannes anche se, a quanto sembra, poi nessuno ufficialmente l'aveva invitato. Infine le belle parole di Elio Germano quando, ricevuto il premio come miglior attore per La nostra vita ex-aequo con Bardem, ha voluto dedicare il premio all'Italia e agli italiani malgrado la sua classe dirigente, facendo così storcere a più di uno la bocca nelle alte stanze del potere.
Non ci si deve così meravigliare se chiunque oggi si senta di sputare su chi fa cultura e denuncia. E' il caso di Marco Borriello che, forse incazzato per non essere entrato nella lista dei 23 per i mondiali del Sudafrica, ha sparato a zero contro Saviano accusandolo di lucrare sulla sua città (Napoli) salvo poi rettificare con una scusa/smentita che sa di abile lavoro riparatore dell'ufficio-stampa. Forse è originale vedere un calciatore, tra un festino in una discoteca e un servizio su Novella 2000, che dice la sua indignato su uno scrittore costretto a muoversi sotto scorta. Come se in Iran un giocatore della nazionale dicesse che Panahi ha avuto la sorte che si meritava per aver fatto un film. Dire che è andato in offside è quantomeno riduttivo. Ma non ci si deve stupire più di nulla tanto qui l'opinione pubblica è capace di trasformare le vittime in carnefici con la gran parte degli italiani obbediente e capace d'indignarsi a comando.
Forse proprio perché c'è questo tipo di situazione, ogni iniziativa culturale, ogni rassegna, nei limiti delle possibilità, deve essere ancora più attraente e seducente. Ed è un peccato allora che ad andare in offside sia stata una rassegna come quella di Le vie del cinema da Cannes a Roma, già da qualche anno in tono minore e quest'anno con un programma davvero deludente. Che il Festival non sia stato uno dei migliori, lo abbiamo già detto noi dalle cronache. Forse alcuni film non si sono riusciti a prendere. Ma oltre a tutto il ciclo della Semaine de la Critique, qualche film della Quinzaine e della Semaine e alcuni del concorso (La Palma d'Oro Uncle Boonme Who Can Recall His Past Lives di Apichatpong Weerasethakul, Another Year di Mike Leigh, Des hommes et de dieux di Xavier Beauvois) mancano all'appello molti titoli potenziali, a cominciare dal sublime Carlos di Olivier Assayas, forse l'unica occasione per poter vedere questo film fluviale (e spero che la scusa non siano le oltre 5 ore di durata perché se si avesse avuta la volontà, non ci sarebbero stati problemi a collocarlo nel palinsesto del programma. A seguire ci avrebbero potuto starci anche i francesi Tournée di Amalric, La Princesse di Montpensier di Tavernier, Un homme qui crie di Mahamat Saleh-Haroun (peraltro già conosciuto in Italia per Daratt). E anche se non ci sono piaciuti, ci sarebbe stata comunque attesa per Outrage di Kitano, Biutiful di Inarritu e (per le poleniche che ha scatenato) Hors-la loi di Bouchareb. E fuori competizione l'ottimo Rebecca H. di Lodge Kerrigan, il film di chiusura The Tree di Julie Bertuccelli, Ha Ha Ha del grande regista coreano Hong Sang-soo (vincitore peraltro del Premio Un certain regard) o eventi come Film Socialisme di Jean-Luc Godard. Niente di tutto questo. Nel 1999 si potevano vedere a Roma, tra gli altri, Tutto su mia madre di Almodovar, L'estate di Kikujiro sempre di Kitano e Il viaggio di Felicia di Egoyan. Lo scarto c'è ed è sensibile. Anche per questo una rassegna storica come questa stavolta va in offside.
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