Oscar 2011 – Il Re, il Grinta e… i vestiti di Guadagnino
C'è un ricambio generazionale che si sta compiendo a Hollywood. Vale sia per i registi che per gli attori che a fine febbraio si contenderanno le prestigiose statuette. Tra Il discorso del re (10 candidature) e The Social Network (8) spunta Il Grinta dei fratelli Coen. E l'Italia? In attesa di una fortuna maggiore nella scelta dei cavalli vincenti, non resta che accontentarci dei.... vestiti di Guadagnino
E così tra re Giorgio e Facebook alla fine la spuntò.... Il Grinta. E' più o meno così che potremmo sintetizzare l'esito delle attese nomination che l'Academy ha annunciato. Se infatti l'alto numero di candidature (ben 12) de Il discorso del re erano prevedibili, così come le 8 di The Social Network di David Fincher, non altrettanto possiamo dire dell'inaspettato exploit del western diretto dai fratelli Coen, che con 10 candidature si inserisce come serio competitor della serata che il prossimo 27 febbraio premierà i migliori film dell'anno, o quantomeno quelli che i giurati dell'Academy hanno ritenuto essere i migliori. Le interessanti candidature nella loro eterogeneità sanciscono comunque un cambiamento generazionale da non sottovalutare. Se si prende la cinquina dei registi candidati ad esempio – in cui spicca la seconda esclusione di Christopher Nolan (dopo quella forse più immeritata de Il cavaliere oscuro) – notiamo come a livello anagrafico siano tutti registi sotto i 55 anni, cosa non scontata nelle cinquine solitamente tradizionaliste dell’Academy. È curioso allora come in questo caso la parte dei veterani spetti proprio ai fratelli Coen, ovvero a due cineasti che per anni sono stati letti come outsider rispetto all’industria hollywoodiana e che all’età di 56 anni (Joel) e 53 (Ethan) hanno già vinto 4 statuette. Gli altri quattro registi in nomination vanno dal favorito David Fincher (48 anni e già una manciata di grandi film alle spalle) al discontinuo Aronofsky (42), passando per il sottovalutato David O. Russell (52 anni, Three kings, I Heart Huckabees) fino al britannico Tom Hooper de Il discorso del re (classe 1972). Insomma un ricambio generazionale netto, che ringiovanisce non solo la griglia dei registi ma anche quella degli interpreti. Si veda a tal proposito la conferma di alcuni giovani talenti attoriali come il bravissimo Jeremy Renner (nomination da non protagonista per The Town), Michelle Williams (Blue Valentine), Nathalie Portman (Il cigno nero) e la sorprendente Hailee Steinfeld de Il Grinta.
Un capitolo a parte (ed estremamente amaro) lo merita, invece, il cinema italiano, anche quest’anno grande assente dalla competizione con l’esclusione de La prima cosa bella dalla lista del film straniero. Per ricevere una candidatura dobbiamo così rivolgerci a una categoria tecnica e nello specifico a un film molto amato oltreoceano: Io sono l’amore di Luca Guadagnino. Dopo esser stato nominato ai Golden Globe nella categoria miglior film in lingua straniera, il film di Guadagnino ha ottenuto una nomination per i migliori costumi ad Antonella Cannarozzi, sottolineando una considerazione internazionale di cui i selezionatori italiani – ogni anno “impegnati” a decidere quale film debba rappresentarci agli Oscar – avrebbero dovuto tener conto. Sono mesi che Io sono l’amore è sulla bocca dei più importanti critici americani come uno dei migliori film dell’anno: Tarantino lo ha inserito nella sua lista del 2010, la stessa cosa è avvenuta in una delle più importanti riviste di cinema come Sight and Sound. In questo periodo Io sono l’amore è stato candidato rispettivamente al Golden Globe, al Bafta (l’equivalente degli Oscar inglesi), al Broadcast Film Critics, al Chicago Film Critics Association e al Las Vegas Film Critics Society; mentre ha vinto il New York Film Critics Online.
Come si evince dalla nostra recensione, noi di Sentieri selvaggi non abbiamo amato particolarmente la freddezza stilizzata e lo snobismo del film di Guadagnino, al quale preferiamo l’intensità dell’ultimo Virzì (non a caso premiato dalla redazione come miglior film italiano della scorsa stagione). Ma non è questo il punto. Il fatto è che dovendo fare una riflessione oggettiva sulle dinamiche promozionali e sulla considerazione del cinema italiano all’estero, non ci voleva molto a capire che era quello di Guadagnino il film su cui l’Italia avrebbe dovuto puntare quest’anno. Del resto è “soltanto” il terzo anno
consecutivo che i selezionatori italiani (la cui composizione e i cui criteri di scelta ancora non riusciamo a definire) sbagliano a scegliere il film da mandare a Hollywood. Era successo due anni fa con Gomorra, preferito a Il divo – che invece ottenne un’inaspettata nomination per il Make-up e che, all’indomani della sorprendente esclusione del film di Garrone, finì con l’essere suggerito dallo stesso presidente dell’Academy Mark Johnson come il film da selezionare – ed era successo anche l’anno scorso con il ridondante Baaria, preferito dalla selezione italiana allo straordinario Vincere di Marco Bellocchio, che s’è dovuto accontentare del Chicago International Film Festival e della top ten del New York Times! Insomma sono gli americani stessi a premiare i film che noi scartiamo e a dirci che in Italia non abbiamo la più pallida idea di quale cinema esportare.
A prescindere dai giudizi che esprimiamo sui film in questione (e non spetta certo a noi critici il non facile compito di scegliere i film da mandare agli Oscar) non possiamo non registrare con imbarazzo la discreta incapacità delle istituzioni cinematografiche italiane di comprendere quanto sia cambiato il modo con cui all'estero viene visto e in alcuni casi amato il cinema italiano rispetto a 20 o 30 anni fa. Dobbiamo forse chiedere agli altri come e cosa amare del cinema italiano contemporaneo? Intanto, in attesa di una fortuna maggiore nella scelta dei cavalli vincenti, non resta che accontentarci dei.... vestiti di Guadagnino.
Tutte le nomination qui
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