La guerra (dei Festival) è finita (?)
Quello di Roma, sin dalla sua nascita è stato un dannato rompiscatole. Ora, con Mou(ller) non si scherza più e l’armata del Festival di Roma diventa minacciosa e, naturalmente, arrogante. La Festa del cinema è finalmente finita. La guerra pure (speriamo). Che si cominci a far(veder)e cinema!
Sembra, finalmente, calare il sipario sulla lunga e tormentata vicenda del Festival di Roma. E alla fine, come spesso accade in questi casi, hanno perso tutti.
La politica, in primis, che di questa lunga storia è stata l’artefice principale, e che fino all’ultimo non è stata in grado di avere quel ruolo di puro garante che le spetterebbe, per rinchiudersi in un triste spettacolo di lotte di poteri dove sindaci, assessori, e dirigenti vari hanno tutti dato il peggio di sé, in perfetta sintonia con il modus operandi ai livelli nazionali, come se non fosse forte nel nostro Paese un vento di rabbia e di voglia di voltar pagina con questa nomenclatura da “ancièn regime”.
Ma anche gli addetti ai lavori, già, la “bella addormentata”, è riuscita ancora una volta ad evitare accuratamente di discutere di contenuti, attaccandosi alle formule e a meri pre-giudizi, senza mai minimamente mettersi in discussione sul proprio operato.
Di tutta questa storia quello che ci colpisce di più, però, è la singolare capacità da parte di Marco Muller, di attirare contro di sé la grande stampa nazionale, che evidentemente non gli perdona alcuni mancati benefit nelle ultime edizioni della Mostra di Venezia.
Mai si era visto parlare di un Festival con tanta attenzione dei dettagli: per anni non abbiamo saputo nulla degli stipendi dei manager dei Festival, quando prendeva Bettini? e Rondi? E Sesti? Della Detassis lo abbiamo saputo (ma importava a qualcuno?) solo perché sono uscite delle voci sulle richieste di Muller assolutamente spropositate e quindi la nuova gestione si è affrettata a dire che il compenso del Direttore artistico restava lo stesso (che è come dire che nel calcio Jose Mourinho ed Emiliano Mondonico prendano gli stessi stipendi…). E ancora per anni il budget del Festival è sempre stato un argomento piuttosto vago, con voci che andavano dai 13 ai17 milioni di euro, ma mai nessuno che avesse provato a dire che era uno spreco, mentre oggi si grida allo scandalo per gli 11 messi pubblicamente a budget.
Bella tutta questa attenzione ai dettagli di bilancio di un Festival che esiste da diversi anni, terribilmente ignorato dalla città di Roma (in questo del tutto opposto al Torino Film Festival, vero cuore pulsante della città, da tre decenni), ma tutto dentro le oligarchie politico-culturale della Capitale. E allora cosa è successo? E’ accaduto che un Sindaco con il mandato in scadenza e un Governatore regionale hanno voluto imporre una loro candidatura a tutti i costi e, non avendo tra le loro file alcuna personalità nel campo del Cinema si sono rivolti al Josè Mourinho dei Festival, ovvero Marco Muller, universalmente riconosciuto come il più bravo dei Direttori di Festival del mondo ma che, come il pluridecorato allenatore portoghese, non difetta di autostima e raccoglie una straordinaria antipatia tra gli organi di stampa (con il Corriere e la Repubblica in prima fila).
Ma questa scelta, operata a “maggioranza” contro l’area PD (vendetta per Venezia?), non è stata supportata da quel mandato “totale” che Muller avrebbe voluto e che avrebbe rilanciato il Festival di Roma in scenari del tutto inediti. Tutte le varie anime che la malsana idea veltroniana aveva chiamato a raccolta (leggi: interessi…) hanno combattuto una battaglia all’ultimo sangue per mantenere il proprio fortino nel Festival. Risultato: niente addio all’Auditorium (odiato da tutti i cinefili romani e non), niente più rilancio dell’arena estiva di Massenzio, né frammentazione/deflagrazione del Festival nelle mille anime vive della metropoli. Solo su un punto la corazzata Muller ha retto lo scontro: le date. Il festival doveva uscire da una data completamente assurda e folle per qualsiasi Festival che non fosse sperimentale e di ricerca (come Pordenone, magnificamente definito da Muller il “secondo Festival Italiano”, dando con una frase due stoccate una a Roma stessa e un’altra a Torino…) e che si andava a scontrare soprattutto con l’American Film Market privando il mercato (come infatti è sempre stato in passato) dei più importanti operatori internazionali. E qui, sullo slittamento a novembre, si è aperto un altro fronte: quello con il Torino Film Festival. Le reazioni di Gianni Amelio, del Sindaco Fassino e infine del presidente del Museo del Cinema, sono state durissime. A Muller e ai “romani” è stata contestata la totale mancanza di quel “gentlemen agreement” interno ai circuiti dei Festival, che fa si che i Festival della “stessa serie” cerchino di non sovrapporsi.
Quello di Roma, sin dalla sua nascita è stato un dannato rompiscatole. Ma, finchè era in mano a Veltroni/Sesti/Bettini o alla coppia Rondi/Detassis, in realtà, non dava fastidio a nessuno (a parte gli addetti ai lavori che dovevano frequentarlo in condizioni assurde per qualsiasi Festival, cosa che ha fatto si che dopo il primo anno numerosi sono stati i critici, soprattutto internazionali, che hanno scelto di “saltare” la kermesse romana). Non infastidiva Venezia, che puntualmente gli prendeva in anticipo (e di statura) i film migliori, né di certo Cannes, e neppure Torino, che di fronte alla mediocre qualità dei film presentati a Roma (celebre la battuta del Presidente di Giuria Ennio Morricone, “abbiamo fatto fatica a trovare un film buono da premiare”…) si presentava agli appassionati con uno splendore che in verità era dato più dalla sua storia, dalla sua vitalità urbana, che non propriamente dalle scelte dei selezionatori che, negli ultimi anni, si sono sempre più indirizzate verso un cinema mainstream che non verso la ricerca e l’innovazione dei linguaggi (che aveva caratterizzato la storia di Cinema Giovani).
Ora, con Mou(ller) non si scherza più e l’armata del Festival di Roma diventa minacciosa e, naturalmente, arrogante. Quindi date spostate a novembre alla faccia di Amelio e Fassino, grandi anteprime americane della nuova stagione verso gli Oscar (alla faccia di Berlino?), e Torino Film Festival che improvvisamente si ritrova a dover ridiscutere quello Statuto da “piccolo grande festival” che, dopo la “battaglia di Torino”, lo aveva caratterizzato nelle gestioni Moretti e Amelio.
In tutto questo, la risposta all’”arroganza di Muller” (indiscutibile), è stata di un isterismo assolutamente inutile, mentre va rilevata la lucidità, anche al’interno del cosiddetto “sistema cinema Torinese” di Steve Della Casa, che – forse candidandosi al dopo Amelio? – ha detto che "Occorre tornare a essere più alternativi, riscoprire un cinema di battaglia e di ricerca. Nel tempo, il Torino Film Festival ha in parte perso questa caratteristica. Nell'ultima edizione c'era tutto e il contrario di tutto, i film nuovi provenivano direttamente da Toronto, e dunque non erano più tali per gli addetti ai lavori, e il programma era infarcito di anteprime, compresa quella di Midnight in Paris di Woody Allen. Su questo piano, se si svolge a ridosso di quello di Roma, è chiaro che il Festival di Torino non ha alcuna speranza. Occorre tornare a inventare, cercare nuovi film nei luoghi più strani e sperduti, ma anche nelle pieghe di quelli, come gli Stati Uniti, che sono al centro dell'industria del cinema."
In mezzo a tante inutili e deliranti discussioni su ruoli, budget dei direttori, date e location, Steve della Casa è stato l’unico che ha provato a discutere – incredibile! – dei contenuti di un Festival di Cinema.
Noi di Sentieri selvaggi lo abbiamo fatto il 10 febbraio scorso, con le nostre “11 proposte”, ma la nostra voce è risultata unica e isolata in un mondo di giornalisti e addetti ai lavori impegnati soltanto a denigrare ed offendere Mou(ller) (con la Natalia Aspesi in pole position come volgarità e il Corriere della Sera che, su evidente ispirazione del “querelatore di Muller” Mereghetti, ha praticato una vera e propria campagna quotidiana…).
In tutto questo quello che resta fuori da questi mesi di dibattiti è proprio il cinema, che resta sempre più una metafora, un substrato archelogico dell’immaginario collettivo, che questa generazione fallita di politici e responsabili culturali, ha abbandonato a una morte definitiva e inevitabile.
Non un’idea, una provocazione linguistica, ma soltanto la difesa dei piccoli interessi e privilegi acquisiti in questi anni di “dittatura invisibile”. Per quel che ci riguarda auguriamo a Muller di dare una spallata vigorosa a questo establishment, ma francamente ci piacerebbe che non fosse solo Sentieri selvaggi e un paio di siti internet e numerosi blog,, a pretendere che il cinema torni ad essere un luogo/territorio/corpo di scoperta e di incandescenza dell’anima.
La Festa del cinema è finalmente finita. La guerra pure (speriamo). Che si cominci a far(veder)e cinema!
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A leggere i commenti rabbrividisco, anche il cinema è diventato come la politica? Questo spiegherebbe molte cose
Inviato da Marta il 14/05/2012 -
E di Sesti che pur essendo ancora stipendiato dal Festival va a dirigere un altro Festival non dite nulla? In un Paese delle doppie e triple cariche è possibile pretendere che chi dirige un grande Festival non ricopra altre cariche in evidente conflitto d'interesse ?
Inviato da Mario Petrini il 14/05/2012 -
Una vergogna tutta italiana, non si salva nessuno! Grazie ai Sentieri per la corrispondenza riflessiva su quello che è accaduto. Ora basta! Vogliamo sentire parlare di film, programmi, idee per il cinema. E non dai politici, che spariscano per sempre!
Inviato da Ludovica il 12/05/2012
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