"Trovo insopportabile questo conformismo secondo il quale tutto quello che riguarda l'handicap deve essere trattato con i guanti bianchi ed è bello e buono per forza." - Una lettrice interviene sul film di Gianni Amelio
Nel film il vero personaggio è il dolore del padre che deve essere capito e assolto a tutti i costi, il figlio è solo la causa di tanto disagio. Ma forse mi devo rassegnare al cambiamento dei tempi: una volta noi portatori di handicap venivamo nascosti, non stava bene parlarne in pubblico, ora veniamo esibiti, ci trovano anche "simpatici".

Finalmente ho avuto il piacere di leggere una recensione su un film, celebrato oltremisura, che non ho amato ispirato ad un libro che ho a dir poco detestato.
Non posseggo la sua cultura cinematografica ma sono pronta a sottoscrivere ogni parola, specie dove lei dice: "Un cinema "di padri" quello di Amelio, un viaggio di scoperta dove si sente in maniera massiccia anche la presenza della scrittura di Rulli e Petraglia, un film di falsa improvvisazione e in realtà minuziosamente calcolato, indiscreto e al limite dell'invadenza nei confronti dei desideri di Paolo - il viaggio in Norvegia per vedere la ragazzina di cui si è innamorato - che sembra benevolo nei confronti delle debolezze e del disagio di Gianni nel continuo tentativo di rapportarsi a Paolo nel miglior modo possibile ma che poi gli pone specularmente la figura della donna (Charlotte Rampling) con la bambina disabile come esempio morale e umano".
Purtroppo sono anch'io spastica e le assicuro che testimonianze come quelle raccolte nel film o nel libro non rispecchiano la realtà, sanno tanto di fasullo, sono solo l'espressione di un superego dei loro autori.
Certo, mi sono commossa quando ho visto sullo schermo le scene che del centro di fisioterapia, ho passato tutta la mia infanzia in posti come quello anche meno attrezzati (ho 45 anni, allora non si facevano i video). Mia madre o mio padre non si sono mai permessi di piagnucolare o fare scene isteriche come fa Gianni, e non solo per una questione di forma ma soprattutto di rispetto nei confronti del mio dolore che è sempre venuto prima del loro.
Personalmente mi sarei rifiutata d'incontrare un estraneo che si fosse presentato dopo quindici anni per sfogare i suoi sensi di colpa. Nel film come del resto nel libro il vero personaggio è il dolore del padre che deve essere capito e assolto a tutti i costi, il figlio è solo la causa di tanto disagio.
Non siamo più neppure disabili o handicappati come si usa dire adesso, torniamo ad essere il cruccio di mamma e papà, la disgrazia di famiglia.....
Se questo è l'impegno sociale del grande intellettuale Gianni Amelio, ne faccio volentieri a meno.
Quello che mi addolora è che la Sua bellissima critica sia isolata. Trovo insopportabile questo conformismo secondo il quale tutto quello che riguarda l'handicap deve essere trattato con i guanti bianchi ed è bello e buono per forza.
Ma forse mi devo rassegnare al cambiamento dei tempi: una volta noi portatori di handicap venivamo nascosti, non stava bene parlarne in pubblico, ora veniamo esibiti, ci trovano anche "simpatici".
Rimane solo un po' di fastidio per tanta supponenza che pretende sempre di indicare la via al popolo bue lanciando messaggi "illuminati e illuminanti". Peccato che tanta saggezza non riesca ad assurgere a bellezza e a consolare.
Ancora grazie.
Irene Marazzi
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