Risi vs. Vitali - Un problema di contesto e approcci
Non è possibile affrontare certi film in Italia senza liberarsi da questi mostruosi pregiudizi. Né sondare i territori della commedia all'italiana, senza celebrarla in stanchi rituali, mostrandone anche i limiti. Ben venga allora la Cinematheque col suo sguardo disinteressato a gettare luce sugli angoli più bui ed impresentabili del nostro passato.
C'è qualcosa di nuovo nell'aria, anzi d'antico. Si è tornati difendere il presunto onore del cinema italiano scagliandosi contro gli anelli più deboli della catena. La colpa non è di Dino Risi che legittimamente usufruisce dei propri diritti costituzionali, pur se con un'aura da monumento nazionale che potrà scomparire solo con uno scranno da senatore a vita. Ricorda in ciò il Sordi degli ultimi anni, quello continuamente riverito, cui si perdonava un disastro dietro l'altro. Curioso parallelismo di due uomini capaci per tanto tempo di cogliere gli umori della società fornendo una riuscita sintesi ma allo stesso tempo spaesati dagli anni ottanta in poi. Più o meno dal periodo in cui Pierino cominciava a fare sfracelli al botteghino. E sin da allora i coraggiosi cantori di questa Italia, sempre pronta a dividersi in guelfi e ghibellini ma mai di andare al fondo dei problemi, identificava la crisi del nostro cinema con l'exploit della vergognosa saga di Alvaro Vitali. Il mollichismo ed il bignardismo hanno fatto il resto. E Maurizio Porro nell'accennare alla rassegna Storia segreta del cinema italiano, curata da Giusti all'ultimo Festival di Venezia, non trova di meglio che un vile riferimento a W la foca, proiettato puramente per concedere diritto d'asilo ad un film letteralmente scomparso per motivi vagamente censori. Ma come sorvolare sulle opere più o meno misconosciute dell'underground italico (Scavolini, Grifi, etc.) o quelle di Bava, Di Leo, Freda, Margheriti e via dicendo? Non è possibile affrontare certi film in Italia senza liberarsi da questi mostruosi pregiudizi. Né sondare i territori della commedia all'italiana, senza celebrarla in stanchi e tronfi rituali, facendone emergere anche i limiti, l'essere un po' ingessata da sceneggiature blindate e attori debordanti rispetto al lavoro registico. Né valutare la cinematografia di Risi tenendo presenti sia i picchi (Anima persa, La stanza del vescovo, Una vita difficile) sia i suoi abissi (Teresa, Missione d'amore, Giovani e belli), apprezzando la sua abilità ma anche la forza di una struttura che lo sorresse in anni particolarmente floridi e considerando la scarsa vena degli ultimi vent'anni. Non credo che Manoel De Oliveira debba essere sempre considerato un'eccezione: si può fare cinema anche a ottant'anni. Basta con la retorica dei giovani e la continua fame di scoperte e opere prime! Ben venga allora la Cinematheque col suo sguardo disinteressato a gettare luce sugli angoli più bui ed impresentabili del nostro passato. Potremmo capire magari di essere stati governati da un'ipocrisia di fondo per cui il turpiloquio di quei film (ma se il cinema deve rifare il mondo, non lo deve rifare veramente tutto?) era un marchio d'infamia che non poteva essere slegato da altri eventuali aspetti, valori, meriti. O potremmo riflettere su come quegli eccessi acidi, violenti, inaccettabili fossero in sintonia con quegli anni post- piombo. O che, come scritto su queste pagine nel 2001, quel corpo punk così aggressivo e consapevole poteva essere sfruttato meglio dai nostri registi. Sentieri selvaggi sta tentando un'incursione in queste sabbie mobili. Approssimativa, ingenua, spontanea se si vuole ma libera. Quante altre testate in Italia possono permettersi altrettanto? Quante volte l'unico settimanale di cinema (tanto per non fare un nome) riesce a spiazzarci?
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