LA SOLITUDINE CONDIVISA di Viviana Stanzione
Quell'anno avrebbe fatto volentieri a meno di feste, veglioni, musica e confusione di qualsiasi genere. Non erano mancati gli inviti per la notte di San Silvestro: amici e conoscenti diversi, appartenenti a diverse comitive, le avevano proposto più di una soluzione per passare una serata in compagnia. Per ogni invito, però, aveva trovato qualcosa di sbagliato, che non le andava a genio e che le aveva fatto declinare l'offerta. È che non le bastava stare da sola, voleva sentirsi sola in un momento in cui chiunque cerca di divertirsi più che in altre occasioni, perché è l'ultimo dell'anno e chissà chi ha deciso che deve essere così. Voleva stare sola perché aveva lasciato il suo ragazzo di sempre dopo anni di fidanzamento e voleva quasi punirsi perché conosceva il dolore che aveva provocato. Voleva stare sola anche perché sapeva che mai avrebbe potuto ricreare una situazione come quella degli anni precedenti, quando era circondata da vecchi amici che, adesso, senza capirne il motivo, erano scomparsi improvvisamente dalla sua vita. Voleva stare ancora più sola, per dimostrarsi che si può star bene così, anche a capodanno, e perché tutto le sembrava banale e superfluo. Voleva stare sola perché non aveva ancora capito che solitudine non significa isolamento.
Una cosa che le dava veramente fastidio era lo sguardo penoso e pensoso dei suoi genitori. Non voleva sentirsi compatita, e per evitare di prolungare questa situazione, decise di uscire: in strada, tra la gente che si dirigeva ai concerti nelle piazze o in qualche locale, sarebbe stata sicuramente ignorata.
Mentre camminava venne bruscamente urtata da due ragazzi che in modo frettoloso si dirigevano verso un uomo sdraiato sul marciapiede. Lo coprirono con una coperta e gli diedero da bere qualcosa. Presto l'uomo rinvenne e fu messo in piedi per essere condotto su un pulmino lì a fianco. Ad uno dei ragazzi, nel sollevare l'uomo, cadde lo zaino. Guardò la ragazza e gli chiese con voce trafelata: "Aiutaci!". Lei, un po' confusa, raccolse lo zaino e non so come si ritrovò seduta sul pulmino con loro e con altri quattro o cinque uomini, forse dei senza-tetto.
Il tragitto fu breve: arrivarono al centro della caritas della loro città.
Il ragazzo dello zaino la invitò ad entrare: "Dai, partecipa al cenone con noi! Starai bene!". Annuì ed entrò con lui. Il salone era gremito di gente, faceva caldo e si sentiva un forte odore di cucinato. Una donna le mise in mano dei vassoi: "Tieni! Portali a quel tavolo!". Ancora un po' frastornata eseguì l'ordine datole dalla donna. Fu molto veloce nel distribuire i vassoi, non voleva essere vicina a quegli uomini per troppo tempo: puzzavano di una puzza che non aveva mai sentito e non comprendeva quello che dicevano, alcuni perché erano stranieri, altri perché, semplicemente, non avevano tutti i denti e pronunciavano male e a fatica certe parole. Ben presto quelle parole e quei suoni quasi inarticolati divennero di un volume sempre più alto e le entrarono in testa; aveva paura di impazzire tra quelle urla. Poi una mano le sfiorò la spalla, tornò alla realtà, si sentì tranquilla: era il giovane dello zaino. "Non ti preoccupare, all'inizio è dura, ma poi, non so spiegarti come, si comincia a capire e ad amare questa situazione". Le sorrise e, con il mestolo in mano, tornò al suo lavoro.
Cosa doveva capire? E cosa doveva amare? Quella situazione di certo no. Fino al giorno precedente, poteva affermare quanto fosse bello aiutare gli altri, magari offrendo qualche spicciolo ad un mendicante, al semaforo. Oggi non poteva più dirlo. Quando ci si ritrova seduti vicino a dei barboni che puzzano, che sputano nel piatto e si lamentano bestemmiando, non si può, o almeno lei non ce la faceva. Non riusciva a sentirsi vicino a loro, pur mangiando allo stesso tavolo. Poi, incrociò due occhi grandi. Erano gli occhi di un uomo seduto tra tanti. Era un uomo che aveva lo sguardo assente, pensava sicuramente ad altro, perché sembrava estraneo rispetto a tutto ciò che gli accadeva intorno: era lo sguardo di un uomo solo. La ragazza, in quello sguardo, riconobbe il suo. Se fossi un regista descriverei quest'immagine, forse in modo banale, con una sovrimpressione del dettaglio dei loro occhi. Improvvisamente l'uomo alzò lo sguardo e i loro occhi s'incontrarono: fu in quel momento che due individui, apparentemente così diversi, condivisero quanto di più intimo possedevano: la loro solitudine.
Si alzò, si diresse da lui e lo prese per mano. non sentì nessun cattivo odore, nè si accorse dei calli che aveva sulle sue grosse mani. Lo fece sedere accanto a lei e gli versò lo spumante, era quasi mezzanotte.
Alzando il bicchiere per festeggiare il nuovo anno, si voltò verso il ragazzo dello zaino, lo guardò e gli sorrise: aveva capito e stava amando.
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