SENTIERI SELVAGGI STORY - La seduzione del vivere - "City of Angels"
Il cinema ri-nasce dai sapori. Ecco a voi un ‘filmetto’ eccezionale. intimo e seducente, commovente e straordianariamente lucido, sulla fine della storia. E sull’inizio di qualcos’altro, che tutti noi vorremmo tanto capire cosa - e soprattutto come - sarà. Da Sentieri selvaggi n.5, settembre 1998, la recensione dell'ultimo film di Silberling

Ci dobbiamo proprio sorprendere se i film più impregnati di vita dell’ultimo periodo ci parlano, inevitabilmente, di morte? Forse non più. Dopo aver ammirato l’ultimo Eastwood, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, dopo aver ‘vissuto’ Titanic, dopo aver amato La vita è bella, Hana-Bi, Il dolce domani, Teatro di guerra, Blues Brothers 2000, ecco che la nuova stagione si apre con il film più ‘imperfetto’ dell’anno che verrà... City of Angels. A dirigerlo è quel Brad Silberling che già tre anni fa ci meravigliò con uno dei migliori esordi degli ultimi anni: Casper.
In City of Angels Silberling, nel cimentarsi nientemeno che con il remake del wendersiano Il cielo sopra Berlino, in fondo non fa altro che riproporre, sotto altre vesti, le sue storie, commoventi e sincere, che già con Casper ci aveva, a suo modo, raccontato. È la storia di un angelo (intrepretato da Nicolas Cage) che un po’ alla volta scopre il desiderio di provare le passioni, i desideri, i sentimenti, degli esseri umani. Fino a innamorarsi davvero di una chirurga (Meg Ryan) in piena crisi professionale ed esistenziale (un uomo gli è morto inspiegabilmente sotto i suoi ferri, e la sua vita privata è un disastro). La bellezza del film di Silberling sta nel riprendere - se così si può dire - l’anima della pellicola di Wenders. Cioè quella del desiderio della comunicazione ‘totale’, quella romantica volontà di umanizzarsi espressa dagli angeli de Il cielo sopra Berlino. Ma dove in Wenders l’approccio letterario di Handke appesantiva la storia (per non parlare della presenza ridondante di Solveig Dommartin) qui in City of Angels è proprio la leggerezza il tema dominante, con in più una forza figurativa di prim’ordine nel rappresentare ‘gli angeli’ quasi come una sorta di ‘cupa comunità’, molto vicina, iconograficamente (e crediamo non a caso) a quella dei vampiri dell’ultimo Carpenter (Vampires, vedi sentieri selvaggi n.2).

Allora: di che parlava Casper? Di un fantasmino condannato a vivere per l’eternità come bambino (fantasma) senza aver la possibilità di esserlo realmente, di poter sperimentare cioè gioie, dolori e scoperte dell’infanzia. Fantasmino che vive la solitudine e la disperazione del ‘non vivo’, che ritrova forza e coraggio solo a ‘contatto’ con la piccola (allora) Christina Ricci.
In City of Angels è invece Nicolas Cage “l’angelo in crisi” che nel suo fiancheggiare gli umani ne scopre la seduzione fortissima del vivere. E la scopre proprio nei sentimenti più duri, più difficili, come quello del dolore, della perdita, della morte. È qui l’elemento essenziale del film: caratterizzare la passione per la vita - tutta la vita - da parte dell’angelo, non tanto attraverso la bellezza del vivere (la gioia, l’amore, la felicità, ecc..) quanto attraverso una sorta di ‘elegia del dolore’, l’appassionarsi a quel qualcosa che dà la forza, a volte, agli umani, di - nonostante tutto - continuare a vivere.
Cinema della morte, che riflette sul senso di questa, sull’inevitabilità di questa, ma che, come nel romanzo neo gotico di fine secolo scorso (evidentemente i fine secolo suggeriscono emozioni e suggestioni simili), trae forza proprio da questa ‘finitezza’ del vivere. Come i vampiri del secolo scorso erano costretti a una vita eterna di sofferenze, così l’angelo Seth è costretto a osservare la vita degli altri, le gioie e soprattutto le sofferenze degli altri. Il film si apre (e chiude) su una morte. Una bambina, poi una donna. Eppure, proprio da questo suo mostrarci così indifesi, esseri vulnerabili e finiti, piccole anime sperdute nell’universo casuale della vita, City of Angels trae la sua forza d’ispirazione. La vita viene esaltata all’ennesima potenza, e il film ne traccia meravigliosamente ogni possibile derivazione.

Ed ecco il film divenire quasi un catalogo dei sensi umani, in cui - con solo un’apparenza di paradossalità - proprio il ‘vedere’ è il senso meno rappresentato. Vivere è sentire, in tutti (con tutti) i sensi possibili. E Seth apprezza i colori, i suoni, i sapori e gli odori della vita, fino a raccapricciarsi nella scoperta tardiva del sentire per eccellenza, quello che fa scuotere il muscolo dei sentimenti. L’amore arriva e immediatamente, con esso, il senso della perdita. Amore e morte, inevitabilmente. Eppure... City of Angels riesce a darci un’idea del senso della vita proprio mentre ne disegna in vari modi la sua assoluta assurdità. Proprio mentre ne evidenzia l’insensatezza, la casualità, l’indeterminatezza. Proprio in questo caos continuo che è la vita, il film trova la sua ragione assoluta. Diventare un uomo, un essere umano. Oltre la presenza fantasmatica perenne, sguardo continuo sulle miserie del mondo (come faceva, con le spalle rivolte al futuro l’angelo di Paul Klee, raccontato con passione e lucidità da Walter Benjamin in Angelus Novus). Qui la storia sembra finita, per l’angelo Seth. Le miserie dell’uomo sono la sua forza; le sue debolezze, il suo pianto, la sua sofferenza sono la vera ragione di vita. In un rovesciamento romantico del senso della storia e del senso della vita, City of Angels si aggrappa all’unico elemento che ci caratterizza come umani, per dare un senso di umanizzazione ad una storia ormai sempre più “disumanizzata”. Ed è proprio il binomio tardoromantico amore/morte, condito con gli elementi che scuotono i corpi più di un esplosione nucleare, a caratterizzare l’esistenza come un bisogno insopprimibile. Viviamo perché siamo esseri desideranti. Viviamo perché siamo esseri sofferenti, ma anche capaci di superare le sventure della vita (della storia).

Una semplice storia d’amore impossibile, un ultimo mélo del ventesimo secolo, dove un angelo e una dottoressa si trovano solo per un attimo, per poi perdersi nell’assurdità circolare della vita. L’angelo caduto, prova su di se le ferite della storia, è meravigliosamente felice nello scoprirsi sanguinante, ed esplode tutto il suo dolore nello scoprire il dramma della perdita dell’altro.
Senza impreziosire il testo di “letteratismi”, senza voler sedurre il pubblico, ma pure con una sincerità disarmante che se ne frega della critica che non accetta più gli stereotipi (e City of Angels lavora gli stereotipi come meccanismo di riappropriazione dell’immaginario), Silberling realizza un ‘filmetto’ eccezionale, intimo e seducente, commovente e straordianariamente lucido, sulla fine della storia. E sull’inizio di qualcos’altro, che noi, angeli perduti, vorremmo tanto capire - se sopravviveremo - cosa e soprattutto come sarà.
Il cinema ri-nasce dai sapori. Se, come ci diceva un amico, si desidera essere un angelo alla fine del film di Wenders ... alla fine del film di Silberling si desidera solo, e finalmente, divenire un essere umano.
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