SS STORY - In TV “Atlantis”, capolavoro subacqueo di Luc Besson

Mentre sta per arrivare sugli schermi, finalmente sdoganato, “Le Grand Bleu”, ricordiamo il “docufilm” di Besson (in Tv mercoledì 12, Italia1 ore 02.40) con il pezzo di Marco Martani dal nostro libro “Luc Besson: l’iniziazione, i sentimenti e la forma"

Poissons
Nel settembre del 1991, “Atlantis “inaugurò fuori concorso la XLVIII mostra del cinema di Venezia. Né storia di finzione, né documentario. Un’opera subacquea: un percorso visivo e sonoro in gloria degli oceani, con un cast esclusivamente di animali marini, ammirati, pedinati, accarezzati nel loro elemento naturale ed esaltati dalle coinvolgenti dimensioni del cinemascope. Luc Besson questa volta ha tenuto l’uomo fuori campo. Ha fatto cioè in modo che il protagonista di “Le grand bleu”, Jacques Mayol, lasciato nell’ultima inquadratura a nuotare con il delfino nell’oscurità delle profondità del mare, si sia trasformato in noi, ovvero in una soggettiva che ci permette la visione di ciò che lui stesso vede. Besson ha creato l’immedesimazione perfetta, mostrandoci il punto di vista di colui che finalmente è riuscito a “fondersi col blu”.
Né dialoghi né commento dunque, ma tanta musica, magniloquente ed invadente al tempo stesso. Le immagini, duemiladuecento metri di pellicola selezionata dagli oltre duecentomila metri impressionati, vengono da tutti i mari del globo, dall’estremo Nord a Tahiti, dalle Bahamas alla Tasmania. Il film però scorre come una continua immersione: una fluida, sontuosa passeggiata acquatica che testimonia, è vero, il virtuosismo di un cineasta pieno di risorse, ma che punta anche a farci riflettere, come inevitabilmente accade nella concisa, impressionante sequenza in cui ci spalanca davanti un fondale del Mar Rosso devastato dall’inquinamento, oramai totalmente senza vita. Neppure due minuti di film, ma bastano a prefigurare la desolazione che ci aspetta se non rinsaviamo alla svelta.
«”Atlantis” parla del mare di cui si ha spesso paura perché lo si conosce male», dice Besson in una delle rarissime interviste che ha rilasciato ai giornalisti dopo l’uscita del film « Voglio mostrare che tutti i mammiferi ed i pesci che vivono nel film hanno dei sentimenti simili a quelli umani, cosa questa che ci spinge ad amarli. E' tutto qua. (...) Si mostra sempre il mare come una conquista dell’uomo. L’immagine abituale è quella di un uomo in una situazione di pericolo mentre sta sfidando uno squalo, o qualcos’altro. Ma questo rapporto di sfida tra l’uomo ed il mare non è bene. Ciò che è interessante è mostrare il mare quando l’uomo non c’è. Allora si scopre un mondo duro, ma meno crudele del nostro.»
Per un predatore dell’immaginario come Luc Besson, l’universo acqueo, il misterioso mondo delle profondità marine non è certo una novità assoluta. Come abbiamo visto nel sontuoso affresco semi-autobiografico di “Le grand bleu”, il regista francese aveva avuto modo di far prendere al suo cinema confidenza con il mare, provando a smaterializzare, o meglio a liquefare, le strutture della visione. Lo schermo-acquario di “Atlantis”, frutto di una maxi-spedizione filmata durata 38 mesi e concepita grazie a più di 500 immersioni è, per certi versi, un prolungamento ideale di “Le grand bleu” ma anche una precisazione, una ricerca ulteriore, «fino alle estreme conseguenze» delle potenzialità creative del mezzo cinematografico.
Naturalmente non è un semplice reportage sulle meraviglie dell’ecosistema o un efficiente documento scientifico sulla fauna marina alla maniera dell’illustre connazionale Jacques Cousteau. A Besson - formalista e concettuale - piace indagare sulle forme e sui concetti espressi dalle immagini, sperimentarne la dilatabilità, modellarne la plasticità. Se “Atlantis” evoca un prototipo, questo non è certo assimilabile alla verosimiglianza impassibile delle riproduzioni stile National Geographic, quanto piuttosto alle sperimentazioni cinemusicali, al concerto di arti, all’antropomorfismo creativo di “Fantasia” di Walt Disney. Tuttavia “Atlantis”, tanto per sciogliere gli equivoci, non è un documentario disneiano, non solo e non tanto perché sono presenti la morte ed il sesso, ancora tabù nell’universo immaginato da Walt Disney, ma soprattutto perché Luc Besson non segue alcun percorso narrativo. L’unica volta che viene usato un montaggio “stile Disney” è quando vengono mostrati, alternatamente, il serpente esitante e lo squalo leopardo, immobile in un presumibile agguato. La suspense, tuttavia, rimane un’ipotesi: lo squalo e il serpente non si incontrano ed il secondo può riprendere indisturbato il suo corso sinuoso. Besson mostra in questo modo di rinunciare al montaggio come operatore di narratività: “Atlantis” è un film di sguardi e di movimenti, non di immagini montate (e già questo basterebbe a far cadere l’accusa di videoclip, o di plagio del cinema di Godfrey Reggio).
Grazie anche alle sonorità elettronica di Eric Serra, il film assume le movenze di un balletto rallentato dalla liquidità e l’eleganza di una potente orchestrazione visiva. Creature animate che danzano senza tregua, i delfini che comunicano ininterrottamente, tanto da sembrare gli abitanti più chiacchieroni del mare e si fissano in pose statuarie, con una leggerezza che tentano invano di eguagliare gli elefanti marini; branchi di piccoli pesci indagano i movimenti dei sospettosi squali e frantumano e ricompongono continuamente le loro composizioni; tra le correnti si insinuano sinuosi i serpenti così come all’interno delle tane sembrano sorridere le murene. Su tutte queste creature volteggiano maestose le mante, come fossero creature fantastiche fuoriuscite dall’immaginazione del cartoonist Moebius. Composizioni floreali o vegetali, boschi di alghe e soavi cime tempestose agitate dalle onde richiamano le sagome del mondo solido, improvvisi squarci di luce o di tenebre creano un gioco caleidoscopico sordo e flessuoso, s’intravede - sempre lontano eppure vicinissimo - il pelo dell’acqua, la superficie delle cose terrene, l’ombra dello scafo “Atlantis”, sede dei quattro eroici operatori, tutti autori a pari merito dei 78 minuti prescelti.
Luoghi
Non c’è più la freddezza dell’inquietante personaggio Nikita, ma resta comunque quella tonalità fredda che è la marca più suggestiva del cinema di Besson, in certi spunti musicali, nell’azzurro della titolazione e in quel fondale marino che invade tutto lo schermo, campo di un vuoto pneumatico in cui lo spettatore si sente come sospeso. A questa gelida assenza di gravità corrisponde un punto di vista fluttuante. L’uso della soggettiva apre orizzonti inediti, in un illusionismo che relativizza i contorni delle immagini sottomarine, ridefinendone i rapporti con lo sfondo. E' uno spazio moltiplicato dagli sguardi, disegnato dagli effetti di una coreografia luminosa e dai tecnicismi di una macchina da presa che spesso, nei suoi acrobatici inseguimenti, si insinua tra la fauna ittica, qualche volta rompendo l’illusione della soggettiva, con movimenti scopertamente imitativi dell’oggetto ripreso. L’occhio dell’autore non fa che accentuare il mimetismo dell’ambiente, marcando la nostra inadeguatezza percettiva con l’uso del colore e dell’illuminazione, con ralenti e con ingrandimenti che si avvicinano molto ai trucchi cinematografici.
Nell’azzurro/blu quasi irreale del luogo dell’azione, Besson ha potuto creare tutto un bestiario ittico, quasi il repertorio di una zoologia fantastica, che si tramuta in una enciclopedia sovraccarica di immagini e trasfigurata da un’esuberanza festosa ed acrobatica.
Ma il divertimento ironico nasce dalla freddezza di un distacco, dai giochi percettivi dell’estetica post-moderna. E' il ribaltamento di una prospettiva sonora che sembrava aver recuperato il silenzio di quell’ambiente naturale, lasciandosi dietro i rumori del fuori campo dell’inizio del film. Le danze iniziali di branchi di pesci in controluce, ripresi da sembrare luminosissimi, sembrano aprire una visita guidata al mondo sottomarino, in un percorso geografico tra le faune acquatiche di diverse latitudini. Alle immagini, che cambiano con gli ambienti naturali in cui ci si immerge, corrisponde un montaggio sonoro di brani che sfumano quasi in dissolvenza.
In Atlantis, al contrario che nei documentari di Cousteau o di Vailati, non si vedono mai gli esploratori-operatori. A volte la macchina da presa sembra unirsi in una comunione panica con l’animale osservato (sembra farsi delfino tra i delfini); altre volte la macchina da presa è rivelata dalla creatura marina che si scontra con essa (le ventose della piovra che si attaccano all’obiettivo, e soprattutto gli squali che sembrano sbattervi contro). In alternativa al tonfo sordo prodotto dal muso dello squalo, che verosimilmente sarà andato a sbattere non contro l’obiettivo ma contro la gabbia di protezione in cui stava l’operatore, ci sono i commoventi sguardi in macchina dei lamantini. Gli squali guardano di sbieco, sembra che guardino con le fauci; il lamantino invece (ci) guarda frontalmente, in modo umano. Poiché l’operatore non manifesta la sua presenza, lo sguardo del lamantino diventa un’interpellazione allo spettatore da manuale: sguardo ad un tempo imbarazzante e commovente - non capita molto spesso di essere guardati con questa mite curiosità da un’altra creatura.
A proposito del comandante Cousteau, rispondendo alla domanda della rivista Premiere se “Atlantis” potrebbe in qualche modo essere stato “imparentato”, o meglio influenzato, da “Monde du silence” del documentarista francese, Besson ristabilisce le distanze, sottolineando come l’evoluzione della tecnica sia un necessario segno moderno di evoluzione anche cinematografica: «(...) E’ un documentario simpatico degli anni ’60, ma non è più molto impressionante perché purtroppo è invecchiato moltissimo nella tecnica e nella narrazione. E’ un po’ come quando si rivedono le discese di sci di Killy a Grenoble in rapporto a quelle di Alberto Tomba oggi. Questo fa sorridere, invece all’epoca il film credo che abbia scosso veramente le persone». Ma, a dispetto delle parole del regista francese, sulla stretta vicinanza dei due film, alcuni critici hanno preso la palla al balzo per ironizzare proprio sulla qualità tecnica eccellente che, secondo loro, va proprio a discapito del senso dell’operazione.
“Atlantis” non è un’enciclopedia della vita nel mare, ma un viaggio tra due mondi: sopra e sotto l’acqua. Paradossalmente, tranne che nell’ultima immagine, la macchina da presa è sempre sotto il mare. Le inquadrature ruotate di 180°, con il pelo dell’aria in basso e l’acqua che diventa il corrispettivo dell’aria, cercano proprio di costruire un mondo rovesciato, in cui sia difficile distinguere tra dentro e fuori, sopra e sotto. Ma è soprattutto grazie al sonoro che vengono compiuti questi scambi. Atlantis inizia con un fondo nero e rumori della vita fuori dall’acqua (un porto, dei gabbiani); alle prime immagini dell’acqua (in cui però si vedono - contraddizione significativa - solo bolle d’aria) il sonoro è mutato, è subentrata una musica elettronica che suggerisce abissi marini. Più tardi i rumori di sopra (la palude con i suoi abitanti) si accompagnano alle immagini di sotto.
Besson non antropomorfizza gli animali, ma cerca la comunione panica anche con la musica. Quanti altri registi, oggi, si mettono in gioco - e rimettono in gioco la grammatica dell’immagine - come fa Besson in “Atlantis”? Forse solo Herzog. Il quale, tra l’altro, non sembra saper sorridere - al contrario di Luc Besson.
L’acquario
Il film è una sinfonia di grande poeticità, a tratti noiosa, a tratti entusiasmante, che accompagna lo spettatore in una seducente città di corallo o sotto il ghiaccio impenetrabile degli iceberg. Cerca di tradurre la sensibilità degli animali marini attraverso l’agile movimento di speciali macchine da presa, manovrate da un’intrepida troupe. Uniche al mondo, queste apparecchiature possono essere usate solo sotto i mari, pesano ottanta chili e sono dotate di correttori per rettificare la colorimetria, la diffrazione e la salinità. Il costo dei soli materiali sfiora i cinque milioni di franchi.
La fotografia di Christian Petron cattura straordinarie trasparenze e strane creature, illuminando le buie profondità con il flash. La musica enfatica, firmata dal coetaneo Eric Serra, costituisce un ottimo accompagnamento sonoro alle immagini che, sullo schermo in cinemascope traboccante di acqua, si alternano in una sorta di quadri viventi con la danza dei delfini, i volteggi del serpente marino, i tentacoli dei polipi, il corteggiamento delle tartarughe, i feroci primi piani degli squali bianchi, anche se non manca qualche furba caduta nell’antropomorfismo. Tra gli attori è assente la balena, forse poco fotogenica a causa della sua mole.
Il film scorre, con alcune ripetizione, come una fiaba elegante che rende omaggio allo splendore degli abissi minacciati.
La dedica
La dedica, scritta a chiare note nel pressbook all’uscita del film da Besson stesso, “Atlantis è un sogno di bambino”, è ovviamente rivolta ai più piccoli. Questo non vuol dire che il film è indirizzato esclusivamente a loro, ma anzi, Atlantis è un film adulto per gli adulti. Il regista afferma semplicemente che la continuità delle specie animali così affettuosamente descritte è in pericolo; saranno proprio i più grandi ad affrontare il non facile compito di sensibilizzare i più piccoli, perché proprio a quest’ultimi spetteranno i risultati di quanto è stato fatto fino ad ora (di dannoso) per la natura.


REGIA: Luc Besson. FOTOGRAFIA (COLORI): Luc Besson & Christian Pétron. MUSICA: Eric Serra con l’ausilio della Symphonic Music Performed by The London Royal Philarmonic Orchestra. CANZONI CANTATE DA: Maria Callas, Vanessa Paradis e Eric Serra. VOCE FUORI CAMPO: Edmund Bernard. MONTAGGIO: Olivier Mauffroy. SUONO: Matt Howe. CONSULENTE TECNICO E SCIENTIFICO: Pierre Laboute & André Laperrier. CAPO SOMMOZZATORE: Jean-Marc Bour. PRODUTTORE ESECUTIVO: Claude Besson. PRODUZIONE: Les Films Du Loup/ Gaumont/Cecchi Gori Group/ Tiger Cinematografica. DISTRIBUZIONE: Gaumont. . Francia/Italia, 1991. DURATA: 78’.

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