CANNES 57 - "Troy", di Wolfgang Petersen
Se nella prima parte il film fatica a prendere quota, progressivamente è come se Troy si liberasse, facendo emergere oltre ai combattimenti tra i soldati, le vedute dall'alto delle minacce (l'arrivo delle navi verso Troia), anche l'umanità dei personaggi, grazie anche alla sceneggiatura di David Benioff.

Wolfgang Petersen sui territori del peplum. Non è la prima volta che il cinema del cineasta tedesco ha un respiro kolossal. Si pensi a U-Boot 96 ma anche a La storia infinita, dove in un racconto di dimensioni epiche esalta sempre la furia degli elementi: l'acqua in U-Boot 96, l'aria e la terra in La storia infinita e, ancora, l'aria in Air Force One. Con Troy è il fuoco che diventa elemento primordiale, agente principale di devastazione del set. La sequenza culminante dell'incendio di Troia è da questo punto di vista indicativa. Qui Petersen privilegia non solo la dimensione spettacolare ma anche la fisicità dei personaggi, di figure in continuo conflitto, in persistente attrito dove nei combattimenti a due - tra Paride (Orlando Bloom) e Menelao (Brendan Gleeson) ma soprattutto tra Achille (Brad Pitt) ed Ettore (Eric Bana) - si avverte minimamente l'utilizzo degli effetti speciali, presenti soprattutto sulle ferite del corpo e sullo scorrere del sangue. Certamente Il gladiatore di Ridley Scott possedeva quegli slanci onirici, quelle aperture visionarie che invece mancano a Troy. Petersen concepisce l'Iliade di Omero come una collisione dintinua di materia, in cui l'immagine appare frequentemente, e volutamente, troppo densa di personaggi e dell'ammasso della città ricostruita, dove le location sono state gli studi Shepperton di Londra, Malta e il Messico. Bisogna sottolineare che nella prima parte, proprio nel mettere in atto la vicenda leggendaria i conflitti insiti nella monumentale opera di Omero, il film fatica a prendere quota. Ad un certo punto però è come se Troy si liberasse, facendo emergere oltre ai combattimenti tra i soldati, le vedute dall'alto delle minacce (l'arrivo delle navi verso Troia), anche l'umanità dei personaggi. Ciò è già visibile nel dialogo tra Achille e la madre (Julie Christie) prima della partenza del figlio della guerra, ma anche nel dolore sul volto di Priamo (un grande Peter O'Toole) e la sua solenne dignità nel dialogo con Achille dopo la morte di Ettore. Il film si carica così di una portata tragica considerevole, grazie anche alla sceneggiatura di David Benioff (lo stesso di La 25° ora di Spike Lee) che fragilizza le leggende e acceca gli eroi di passione (il rapporto passionale tra Achille e Briseide) e di una follia che li acceca. Troy prende così una sua forma autonoma rispetto al genere che ha precise coordinate narrative e visive, che sembra riprendere oggi quota ad Hollywood dopo la sua stagione d'oro negli anni Cinquanta e nell'inizio del decennio successivo e che propone Brad Pitt come autentico eroe mitico. La sua presenza nel ruolo di Achille è già motivo di interesse. E lui è totalmente credibile.
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