CANNES 57 - "Zivot je cudo (La vie est un miracle)" di Emir Kusturica (Concorso)

Un cinema-orgia dove però non si gode. I fans di Kusturica andranno ancora più in delirio. "La vie est un miracle" invece ci fa ancora avvertire quella puzza di bruciato già presente da tempo nel suo cinema

Parlando del film di Kusturica, bisogna fare subito una premessa: chi ama i suoi film, amerà anche questo. In La vie est un miracle c'è infatti tutta la sintesi del suo cinema composta da una macchina da presa che cerca di catturare continuamente un euforia contagiosa composta da personaggi in isterico movimento e dalla presenza di una colonna sonora che da al film il ritmo continuo della ballata. Tornano ancora, nel cinema di Kusturica, gli echi della guerra dopo Underground. La vie est un miracle è ambientato durante la guerra in Bosnia nel 1992 e vede protagonisti Luka, un ingegnere serbo che assieme alla moglie Jadranka (una poco dotata cantante d'opera) e il figlio Milos, è venuto ad abitare presso un villaggio sperduto per costruire la linea ferroviaria che deve trasformare la regione in un'attrazione turistica. Nel frattempo però scoppia il conflitto. Jadranka scompare tra le braccia di un musicista e Milos viene chiamato sotto le armi e poi fatto prigioniero. I militare serbi così gli affidano una ragazza musulmana, Sabaha, che costituisce la pedina di scambio per ottenere la liberazione di Milos.

Il film si alimenta con la macchina da presa che sta addosso i personaggi o si muove vorticosamente, in un delirio orgiastico di suoni, forme e colori. Per Kusturica la forma diventa il caos, la necessità di rendere visibile il grottesco e l'assurdo attraverso l'estensione dello spazio (padre e figlio che palleggiano con il pallone e questo poi si disperde lungo la vallata) o compressione (un uomo con i guantoni da pugile che prende a pugni il sedere di una donna), oppure mediante il recupero di forme del cinema muto (Luka che si muove sulla ferrovia come Buster Keaton, o la seduzxione tra l'ingegnere e Sabaha). La componente visionaria in Kusturica è sempre così imposta da apparire fasulla, l'istinto così libero nei movimenti lascia sorgere il sospetto di un calcolo programmatico. La vie est un miracle è composto così di ingombranti apparizioni, segni riciclate e corrette dal cinema di Fellini (gli abiti appesi sugli abiti), di una follia isterica e contagiosa solo per l'accumulo di immagini e suoni, ancora più insistenti dal momento in cui alla colonna sonora vengono aggiunti i rumori dei bombardamenti che danno alla musica una scansione ritmica. La guerra è presente negli esterni, negli effetti devastanti sulle abitazioni, ma soprattutto si avvertono gli echi attraverso i televisori accesi, che vedono in prima linea reporter di altri paesi che Kusturica inquadra sempre come corpi estranei. Un cinema-orgia dove però non si gode. I fans di Kusturica andranno ancora più in delirio. La vie est un miracle invece ci fa ancora avvertire quella puzza di bruciato già presente da tempo, di cui non fanno parte i film degli esordi e lo straordinario Arizona Dream.

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