CANNES 57 - "La Niña Santa" di Lucrecia Martel L'hotel, la palude, la bimba santa
In concorso il secondo film della regista argentina Lucrecia Martel, già autrice del sorprendente "La cienaga". La storia di un'adolescente che sta scoprendo il suo corpo mentre guarda la "santità" dello spirito

CANNES - Siamo ancora a La Cienaga, la città argentina che dava il titolo al film d'esordio di Lucrecia Martel, e l'atmosfera è sempre sospesa tra un ambiente sonnolento e straniante e le pulsioni immateriali e viscose degli stati interiori. Il secondo film di questa straordinaria regista è La Niña Santa, in concorso a Cannes 57 tra troppe perplessità degli astanti... La materia è sempre quella, ma questa volta la Matrel elabra il suo universo nell'ordine forzato e artificiale di un grande hotel termale, versione metodica e astrattamente ospitale del disordine accaldato e istintuale del quadro familiare tracciato ne La cienaga. Qui la palude è geometrica, anzicché selvaggia, risponde a una dimensione lucida nella quale si riflettono in trasparenza le medesime transazioni dell'anima... All'intreccio familiare si sostituisce il quadro sociale da aggregazione momentanea fornito da un convegno di medici, riuniti nel grande hotel a gestione familiare che fa da set occlusivo del film: i medici parlano di otolinolaringoiatria, questioni di sentire con i sensi - l'udito, specificatamente - mentre Amalia, la "niña santa" del titolo, si spinge in una dimensione totalmente spirituale, quasi mistica, come fosse una stilita d'albergo, intenta a cantare nel coro sacro, a pregare e a riflettere sulle attese del suo spirito: come rispondere alla chiamata di Dio e ignorare il richiamo di Satana... Non è una "santa", sia chiaro: Amelia è solo un'adolescente che sta scoprendo il suo corpo mentre guarda la "santità" dello spirito. Sua madre Helena, proprietaria dell'albergo in cui vive con la figlia, cerca ancora la sua giovinezza emozionale e fa la corte, da divorziata, al dottor Jano, suo ex compagno di studi. Il quale, da parte sua, mette in pratica il suo empirismo medico sulle inconfessate pulsioni della carne e allunga le mani, nascosto nella folla, sul corpo giovane di Amalia, che ne resta come stupita/rapita e si dedica a lui come ad una missione ossesiva tutta adolescenziale: salvare la sua anima...
Il tutto scritto dalla Martel nel segno dello slittamento tra l'ordine e il disordine, in sfuggente riflessione sul corpo dell'anima, cercando fuori lo spazio di dentro, e dentro lo spazio di fuori. Lo sguardo è controllatissimo, ribalta i tremori selvaggi e la promiscuità di La cienaga nella fissità occlusiva di inquadrature sempre strette sui corpi in scena, sin quasi a tagliarli fuori dai margini del quadro. Il sentire è qui una questione che annega nell'acustica le risonanze tattili enfatizzate nella viscosità paludosa e incestuosa del quadro familiare de La cienaga. Al disordine rappresentativo dei corpi in scena che esploravano l'esistere nel suo primo film, Lucrecia Martel sostituisce qui una rappresentazione in cui è la giustapposizione di identità, storie, desideri, attese, segreti a fare la storia e il quadro. Difficile negarsi all'interiorità di questo film, difficile starne fuori...
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