CANNES 57 - "Fahrenheit 9/11", di Michael Moore (Concorso)

Necessario, importantissimo, segno non di un cinema politico ma di una politica fatta attraverso il cinema. Moore apre l'inchiesta soprattutto attraverso immagini d'archivio, montate con una frenesia che provoca immediata adesione

Scottante, indispensabile, necessario. Michael Moore con Fahrenheit 9/11 attraversa gli eventi precedenti e successivi all'11 settembre con una forza provocatoria dirompente, con un'energia capace di catturare attraverso dei documenti di archivio sorprendenti che diventano mezzi per raccontare di come il ruolo maggiore lo abbiano avuto il possesso del petrolio e un sistema capitalistico ancora più rigido. Non è tanto questione di un "cinema politico" - definizione incompleta per sottolineare anche Roger & Me e Bowling a Columbine - quanto di una necessità di fare politica attraverso il cinema. Lo avevano fatto grandi registi statunitensi come Capra e Litvak con la serie Why we fight durante la Seconda guerra mondiale, lo ha fatto e lo continua a fare Godard in gran parte della sua opera. La macchina da presa di Moore continua ad essere spietata come in Bowling a Columbine ma stavolta sono i materiali filmati e rimontati ad aprire interpretazioni sugli eventi che si erano sempre sospettati ma mai provati. Così dalla considerazione che i luoghi che contaano di più negli Stati Uniti sono tre (il Watergate, il Kennedy Center e l'ambasciata dell'Arabia), all'attacco di una guerra costruita programmaticamente contro l'Iraq (che non aveva mai mandato nessuna minaccia agli Usa), si passa ad approfondite e continue analisi sulla ripartizione del capitale, tra quelle più evidenti (il petrolio) a quelle più nascoste (solo un figlio di 535 deputati del Governo sono partiti in guerra). Il volto di Bush viene come continuamente deformato, deriso - come nei momenti prima di andare in onda, oppure nella sua "laboriosa" estate del 2003 dove era più facile reperirlo in Texas piuttosto che alla Casa Bianca - e soprattutto immortalato in un inquietante piano nella scena in cui gli è stato comunicato che un secondo aereo ha attaccato le Twin Towers. Il Presidente si trovava in una scuola e, con la sua faccia pensosa, ha continuato a leggere un libro per oltre 10 minuti. Oltre a una densità ricchissima, con metodi di inchiesta anche televisiva ma contenutisticamente sempre efficace, Fahrenheit 9/11 si apre anche a due momenti di grande cinema. Il primo riguarda l'evento dell'attacco dell'11 settembre. Non si vedono le solite immagini più volte viste in televisione. C'è solo uno schermo nero con suoni, rumori, urla, che non si erano mai sentiti. Subito dopo, singole, private immagini di dolre e disperazione, che si dilatano nella forma mélo con cui Moore segue con intimo calore quella concittadina del Michigan a cui è morto il figlio in guerra.  

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