CANNES 57 - "Á vot' bon coeur" di Paul Vecchiali (Quinzaine des Réalisateurs)
Il maestro del cinema francese devia dal "suo cinema" mettendo in scena con tragica ilarità la propria morte intellettuale e la crisi dell'industria culturale francese (in Italia sappiamo tutti che è anche e sempre peggio) bloccata da rigide commissioni burocratiche.
Ha più di quaranta film alle spalle Paul Vecchiali, nato in Corsica nel 1930, lo stesso anno di Godard, che qualche anno fa parlando del cinema francese pare abbia detto "c'è solo e Vecchiali", mentre quest'ultimo rispondeva "c'è solo Godard".
Esuli di un cinema che da anni i ha messi da parte, li considera fuori moda, non li comprende o piuttosto ha paura che possano deviare dal Cinema, quello spacciato con la maiuscola, riconoscibile e vendibile.
E proprio questa è la dimensione da cui parte Á vot' bon cœur, presentato alla Quinzaine, film che non c'è, racconto tragico di assedio e mancanze viaggio doloroso verso la morte. Mette in scena se stesso l'autore farncese (come Godard in Notre Musique), alle prese con un progetto che avrebbe dovuto intitolarsi "Ginger Alive", storia di tossici cantata (Ginger stà per Ginger Rogers) bloccata dalle pastoie burocratiche delle commissioni francesi che il regista mostra in riunione dividendo lo schermo in P/P, mentre parlano di lui e del suo cinema. Fuori moda non convenzionale passato amato progetto farraginoso poco originale... No! Non si possono dare i soldi a Vecchiali come in Italia non si danno ai progetti e agli uomini così liberi e inafferrabili, poco classificabili nei rigidi schemi dell'industria culturale basati sulle pratiche di Goebbels che ha sua volta li ha mutuati dalla madre della burocrazia l'URSS. (Grande Vecchiali, siamo sicuri che nei meandri dei palazzi nostrani succede lo stesso, anzi peggio!)
Ma è ancora vivo, Paul, e prima da abbandonarsi alla caduta decide di impegnare i suoi attori e la troupe (quegli intermittenti che in Á vot' bon cœur hanno lavorato gratis e sulla Croisette si sono prese le manganellate dai solerti e brulacanti celerini francesi) nell'uccisione sistematica dei membri della commissione.
Contemporaneamente un Robin Hood muto, su pattini a rotelle, ruba per poi distribuire ai poveri il bottino... Le due storie scorrono parrallele, alla serialità dei furti corrisponde quella degli omicidi, gags divertenti si accavallano e si ripetono, mentre Vecchiali rivede spezzoni di girato, cerca idee che possano portarlo fuori dall'empasse che mette in scena con sincerità disarmante, piange la morte di un altro maestro del cinema francese, Jacques Demy omaggiato in tutto il film con dialoghi cantati.
Nonostante la "caccia" alla commissione dia ottimi risultati, non c'è via di scampo per il settantaquatrenne regista, destinato a tacere e a morire, cadendo come sempre in una guerra tra poveri. Si ride spesso, a conferma della tragicità.
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