CANNES 57 - "Sud Pralad" di Apichatpong Weerasethakul (Concorso)
Primo film tailandese ad essere ammesso nel concorso principale di Cannes, densa e libera visione di un processo interiore di illuminazione, capace di far perdere le dimensioni spazio temporali e anche la "testa".

Per la prima volta in 57 anni un film tailandese è in concorso a Cannes e che film quello del giovane Weerasethakul, regista e sceneggiatore nato nel 1970, che qui sulla Croisette aveva già vinto il Certain Regard con il suo secondo lungometraggio, Blissfully Yours, nel 2002.
Sud Pralad, coproduzione franco-tailandese anche con l'apporto italiano di Marco Muller, da quest'anno direttore di Venezia inizia richiamando con un proverbio la ferinità perduta e oppressa che uccidiamo dentro di noi per poi dipanarsi nettamente diviso in due parti da titoli di testa/coda a metà film (e qualcuno ha pensato che stava per assistere ad una ulteriore visione) prima nei grovigli della civiltà e poi nella giungla.
Keng, un giovane soldato (forse, perchè ad un commerciante dichiara di essere disoccupato e di portare la divisa per trovare lavoro più facilmente) torna da una caccia vittoriosa (ma chi o che animale ha ucciso?) alle soglie della foresta in cui si aggira una figura nuda e primitiva; tornato in città passa due giorni in compagnia di Tong, tagliatore di ghiaccio, emigrato di provincia. I due vanno al cinema, a un concerto, innamorati bighellonano in una affollata e rumorosa metropoli asiatica per poi passare altri giorni presso la famiglia di Tong, che vive in un villaggio rurale ai margini della giungla. Qui avviene una misteriosa sparizione, Tong (e il film) si sposta nella foresta alla ricerca di una tigre che porta dentro il vecchio spirito di uno sciamano che secondo la leggenda aveva acquistato la capacità di incarnarsi nelle bestie.
E' tutta qui la storia, il narrabile, di un'opera intensa che lascia che le immagini trasudino sentimento e mistero senza appesantirsi di dialoghi o spiegazioni; disorienta lo spettatore muovendosi liberamente nella densa dimensione "civile" come in tutta la stupenda seconda metà totalmente immersa nella imponente e rigligliosa foresta tailandese, costringendo ad un'esperienza spirituale che procede per sottrazione. Dalla metropoli al villaggio, dalla cultura rurale alla dimensione primitiva (l'uomo nudo visto all'inizio) con cui il soldato si scontra, Sud Pralad è un processo di "illuminazione" che (non) compiamo con Keng spogliato prima della sua arma, poi della divisa, fino alla perdita del corpo stesso, quando rimasto solo occhi scopre lo spirito degli animali fuori dal tempo e dallo spazio, libero di obliarsi e di farci obliare nella cecità della visione. Confermandoci che il cinema (non) si vede.
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