CANNES 57 - "Undertow", di David Gordon Green

Il nuovo film del regista di "George Washington" e "All the Real Girls", visto al Marché du Film, è una storia di omicidi e vagabondaggi nell'America degli anni Settanta che, grazie a uno stile astratto e immobilizzato, diventa una vicenda dal sapore mitico e favolistico.

È abbastanza curioso che il miglior film americano di Cannes, Undertow di David Gordon Green, sia passato al Marché du Film e non in una qualsiasi della sezioni del festival. Dopotutto, per accorgersi che Green è uno dei migliori giovani autori del suo paese bastava aver visto i precedenti George Washington e All the Real Girls, due piccoli grandi film con i quali il non ancora trentenne regista dell'Arkansas è riuscito a creare una personale cifra stilistica, già diventata ammirato e riprodotto marchio di fabbrica (a Cannes bastava guardare Mean Creek per accorgersene).

Quello di Green è un lavoro sul del tempo e sull'attesa, sulla sospensione della durata e sull'introduzione di elementi imperscrutabili in una dimensione realistica. I suoi film creano un universo a sé stante, dove la dimensione temporale si cristallizza e la realtà assume tonalità astratte e surreali; un mondo immobilizzato, dove, però, la distanza critica dell'iperrealismo lascia il posto a una riflessione e un'emozione profondamente umane ed esistenziali.

Undertow racconta la storia di due fratelli della provincia americana degli anni Settanta in fuga da un zio assassino e a caccia del tesoro in loro possesso. Una storia dal sapore quasi fiabesco, nella quale il modello dichiarato è Terence Malick e, in generale, tutto il cinema degli anni Settanta. Green, infatti, pesca in un repertorio di reminiscenze quasi inconsce, recuperando capigliature e vestiti, ambienti e personaggi (small town desolate, case diroccate, hippie figli della disperazione) che sembrano provenire da La rabbia giovane o I giorni del cielo, Fat City o Alice's Restaurant.

I luoghi e le persone che i due fratelli incontrano nel loro vagabondaggio sono quelli di una nazione che, in un decennio sospeso tra l'utopia e la caduta verticale, ha visto emergere i lati più inquietanti della propria natura. Tra confini indefiniti e valori crollati, crisi d'amore e fughe senza meta, sentimenti inappagati e fantasie disperate (stupenda la sezione ambientata in una comunità di hippie sottoproletari), Green narra una storia sulla povertà e sulla violenza degli ultimi abitanti di una nazione prossima al collasso.

Ma anche se profondamente radicato nelle badlands del proprio paese, Undertow sa andare oltre questa dimensione. Lo stile immobilizzato di Green e la musica minimalista di Philip Glass, infatti, conferiscono alla vicenda una dimensione quasi mitica, come se ogni storia che racconti l'America nella sua essenza di paese libero e insieme prigioniero delle proprie miserie, non possa non rifarsi alle radici stesse del pensiero umano e a quelle pulsioni di amore, morte e violenza che segnano la vita di ciascuno di noi.

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