TELEFILM - Dollhouse: Le apparenze ingannano
Il “papà” di Buffy torna in tv con una nuova serie fantascientifica che prende il nome da un'associazione ai margini della legalità che cancella il vissuto di alcuni esseri umani per immergerli in nuove vite, su commissione. Un estratto dal numero di Aprile di TelefilmMagazine
di Chiara Poli
L’idea è davvero affascinante: esseri umani che si possono “programmare” come computer. Brutti ricordi che possono essere cancellati in un attimo e sostituiti da ricordi piacevoli. Abilità che si possono acquisire in fretta, senza sforzo e senza costi. Qualità che si possono migliorare o acquisire e difetti che si possono cancellare come se bastasse un colpo di spugna… Le potenzialità del processo alla base di Dollhouse sono come quelle di Matrix, in cui gli esseri umani sopravvissuti potevano “caricare” software acquisendo ogni genere di conoscenza in un attimo. Ma, proprio come Matrix, anche Dollhouse ci mette in guardia dai pericoli di ciò che sembra, o è davvero, troppo facile. Anche in Dollhouse la vita di Echo (Eliza Dushku) e degli altri ragazzi che subiscono “il trattamento” per annullare e ricostruire la loro personalità, la loro sensibilità ed i loro ricordi, è artificiosa e piena di rischi.
Joss Whedon ha compiuto un’altra incursione in quel mondo fantascientifico a lui tanto caro e congeniale. Questa volta, l’idea è quella di un’organizzazione illegale, ribattezzata appunto Dollhouse (letteralmente “casa delle bambole”), in cui gli esseri umani vengono programmati per soddisfare le esigenze dei clienti dell’organizzazione. Può trattarsi di semplice compagnia, di occasioni mondane, di supporto per importanti questioni di lavoro. Oppure può trattarsi di qualcosa di molto, molto più difficile da trovare. Ad esempio: vi serve un esperto negoziatore perché hanno rapito vostro figlio e non potete rivolgervi alla polizia? La Dollhouse vi fornisce in un battibaleno il maggior esperto in materia, riducendo al minimo i rischi di insuccesso. Così tutto sembra facile, anche se non lo è: il fattore umano è sempre in agguato. I ricordi si confondono, il trattamento mostra i suoi effetti collaterali, le coscienze a volte prendono il sopravvento. Per questo gli operativi della Dollhouse sono sempre accompagnati da una guardia del corpo pronta a tirarli fuori dalle missioni più disparate se qualcosa va storto.
Creata da Joss Whedon e trasmessa negli Usa dal network FOX, Dollhouse vede l’ex Faith di Buffy ed Angel protagonista nei panni di Echo, una ragazza dal misterioso passato che ha iniziato a lavorare per la Dollhouse perché non aveva altra scelta. Accanto ad Echo ci sono il suo bodyguard Boyd Langton (Harry Lennix, Una donna alla Casa Bianca), il programmatore Topher (Fran Kranz, The Village) che si occupa dei trattamenti di Echo, la direttrice dell’organizzazione Adelle DeWitt (Olivia Williams, Il sesto senso), la dottoressa Claire Saunders (Amy Acker, Fred in Angel) e altri due ragazzi operativi, programmati secondo necessità proprio come Echo (Victor, interpretato da Enver Gjokaj e Sierra, l’ultima arrivata alla Dollhouse, che ha il volto di Dichen Lachman).
Sebbene si tratti di un progetto illegale e costosissimo, a cui solo un numero ristretto di facoltosi clienti può avere accesso, la direttrice dell’organizzazione, Adelle, sostiene ad ogni occasione che la Dollhouse aiuta le persone. Per convincere i ragazzi che stanno per entrare nel programma, i suoi colleghi ma soprattutto se stessa, Adelle non fa che ripetere che i servigi della Dollhouse cavano d’impaccio molta gente e che il fatto che si tratti di una procedura “ai limiti della legalità” non significa niente. Ancora una volta, i rischi della tecnologia ci pongono di fronte ad un dilemma morale. E ancora una volta la fantascienza ritrova il suo stesso fondamento in una storia che dipinge un futuro spaventoso.
In bilico?
Dollhouse ha ottenuto reazioni contrastanti da parte del pubblico. Per via della complessità dell’organizzazione e del mondo che la ospita, l’episodio pilota secondo diversi spettatori e critici non si è dimostrato all’altezza della situazione. Conteneva sì le indicazioni base sulla trama principale, la presentazione dei personaggi e le possibili implicazioni del lavoro dei ragazzi, ma non affascinava abbastanza lo spettatore, stuzzicandone la curiosità.
Nel momento in cui questo articolo viene scritto, il futuro di Dollhouse è ancora incerto e la serie rischia la cancellazione prima ancora che tutti gli episodi disponibili vengano trasmessi. Come al solito, la dura legge dell’audience non concede sconti, e pare che il network non sia soddisfatto dei primi numeri totalizzati dalla nuova serie.
Comunque la si possa pensare sull’efficacia dell’idea alla base di Dollhouse e del modo in cui Whedon e gli altri sceneggiatori cerchino di svilupparla, però, c’è qualcosa che mette quasi tutti d’accordo: il fascino della Dushku, da una parte, e il fatto che l’ironia tipica dei dialoghi di Whedon è praticamente assente nell’episodio pilota ma, con beneficio di tutti, emerge negli episodi successivi. Dopo Buffy, Angel, Tru Calling e una serie di film di successo (a cominciare dal “vecchio” blockbuster True Lies, che la vedeva – ragazzina – accanto ad Arnold Schwarzenegger), Eliza Dushku ha confermato di possedere le potenzialità di cui la scrittura di Whedon necessita per ottenere il massimo risultato: grande senso dello humour, capacità di non prendersi troppo sul serio, talento per l’azione e naturalezza.
A cura di www.telefilmmagazine.com
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