Venezia 61 - "E' il set più grande che sia mai stato regalato": incontro con Steven Spielberg e Tom Hanks
Un Hanks che fa emergere la ludicità di un sistema di lavoro fatto di curiosità ed esperimenti che ben prefigura i giochi nonviolenti inventati dall'omino dell'Est nell'aeroporto e uno Spielberg educato ma che difende l'autonomia della storia in sé dagli inevitabili accostamenti politici, cronachistici, parasociali rispediti puntualmente al mittente
Sono ormai due icone viventi, la cui energia può trascendere anche le intenzionalità più razionali, sfiorare latenze comunicative non cercate, incarnare automaticamente la positività di valori americani e universali. Questo accade anche dal vivo di una conferenza stampa dove un problema di audio sembra una parodia dei mille ostacoli linguistici in cui Viktor Navorsky resta imprigionato. Un Hanks che gigioneggia fa emergere la ludicità di un sistema di lavoro fatto di curiosità ed esperimenti che ben prefigura i giochi nonviolenti inventati dall'omino dell'Est nell'aeroporto Kennedy evidenziando in modo sempre più lampante le storture di una burocrazia illogica ed oppressiva e creando un qualcosa a metà tra consapevolezza e solidarietà (metafora involontaria di quelle bombe di informazione libera ed indipendente che in Iraq non ci si vuole convincere a realizzare?). Uno Spielberg educato ma tenace difende l'autonomia della storia in sé dagli inevitabili accostamenti politici, cronachistici, parasociali rispediti puntualmente al mittente.
In una sequenza difficile da dimenticare entra in scena una capra, anche se non si vede. E' un ironico riferimento ad un regista amato come Frank Capra che lo stile di The terminal sembra di tanto in tanto evocare?
Spielberg: "Non era nelle mie intenzioni un omaggio a Capra, anche se il paragone non può che onorarmi. L'influenza dei suoi film certo non la posso negare, comunque. Pre quanto riguarda la sequenza del passeggero russo, l'idea della capra come trucco per trasportare medicinali è una soluzione realistica ad una situazione possibile".
La tematica del viaggio sembra una costante nel percorso di Tom Hanks, dalla zattera di Cast away, ora con The terminal fino al prossimo Polar Express. Come si vivono questi ruoli?
Hanks: "Devo dire che sono stato veramente nei ruoli che ho potuto interpretare. Come viaggiatore ma anche come padre ho attinto alla mia vita per dare corpo a queste esperienze nel modo più vero".
Qual è la molla che fa scegliere un film? Esiste un film più rappresentativo di un altro in una carriera così ampia?
Spielberg: "E' la storia che mi commuove ed emoziona ciò che mi fa scegliere un progetto. Forse per questo ho fatto molti film drammatici. Decidete voi il film che più mi rappresenta. Posso solo dire che Schindler's List e Salvate il soldato Ryan sono quelli che mi hanno fatto più bene".
Hanks: "Non c'è un film più indelebile. La verità delle emozioni si può catturare indifferentemente con una commedia o con un film drammatico. Sono sempre dei campi minati".
Che ruolo ha avuto la persona che ha ispirato la storia del film?
Spielberg: "La sua storia è vera, l'ha scoperta Andrew Nicoll e me l'ha proposta. Questa persona vive da 17 anni al De Gaulle di Parigi. Ma non è di lui che parla il film. Ci si è solo ispirati alla situazione che si verificò allora".
Nella costruzione del personaggio principale c'è un richiamo al Monsieur Hulot di Tati?
Spielberg:_"C'è molto più di un riferimento. Ma lavorare con Tom è un lasciarlo giocare sul set. La scena della telecamera di sorveglianza è una sua invenzione. Il film vive di queste trovate nate grazie all'umanità di un attore straordinario".
Come è stato il rapporto con questo set così particolare?
Spielberg: "Ho visto il set solo ad ultimazione dei lavori. Mi ci hanno portato ad occhi chiusi come fosse il regalo di Natale per un bambino. E' il set più grande che sia mai stato regalato".
Hanks: "E' stato il set meno scomodo della mia carriera. Ogni giorno potevamo scegliere cosa mangiare, giapponese, italiano... un po' come l'air terminal di Fiumicino (ride)"!
E' possibile una lettura critica delle politiche dell'immigrazione negli Stati Uniti?
Spielberg: "E' possibile ma solo se si parla di un altro film, non per The terminal. E' la storia di un uomo che deve solo compiere una missione per amore del padre, non deve stabilirsi in America da immigrato".
Hanks: "Se mi trovassi in un altro paese e avessi solo 24 ore a disposizione vorrei sapere esattamente cosa fare. Viktor vede una versione cosmetica dell'America ed è contento di tornare a casa. Gli basta quello che ha visto".
Il film espone comunque problematiche molto attuali. Il cinema ne rappresenta una via di fuga?
Spielberg: "Nei periodi di crisi c'è sempre un bisogno di fuga. I registi fotografano questa realtà oppure possono creare una via di fuga comica o fantastica. Non corrono però dietro agli eventi ma se il mondo ci mostra alcune cose non possiamo non sentire il bisogno di scappare che si diffonde tra gli uomini".
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