VENEZIA 61 - Johnnie To: corpi che cadono, sguardi che risorgono, "Throw Down" (Fuori Concorso)
Altro esercizio carpenteriano per il grande regista di Hong Kong. La storia di un campione di judo che sta perdendo la vista per raccontare un'antica verità: "solo chi cade può risorgere"...

VENEZIA - Formule astratte, ipotesi narrative che stanno tutte nella liminarità dei sensi, uno sguardo che si dischiude cieco per liberare la visione... Avevamo lasciato Johnnie To a Cannes, sul finale del magistrale Breaking News, spinto nella torsione estrema di un inseguimento non "a vista", ma "a udito", pedinando la traccia dei rumori metropolitani trasmessi da un telefono cellulare, per scoprire dove scappa il nemico... Lo ritroviamo, pochi mesi dopo, in apertura di Venezia, fuori concorso ma in selezione ufficiale (ci mancherebbe!) con un altro superlativo lavoro sull'occlusione dei sensi: Throw Down, titolo internazionale per Rudao longhu bang, che tradotto in italiano sta per "Il combattimento modello di judo tra la tigre e il drago"...
Dedicato ad Akira Kurosawa, il film è annunciato da Johnnie To come un saggio in stile libero sul tema "solo chi cade può risorgere". L'ipotesi narrativa vuole protagonista un leggendario campione di judo ritiratosi per un glaucoma che gli sta oscurando la vista e ridotto a gestire un night club tra mille debiti e troppo alcol nelle vene. Accanto a lui il rispetto ormai obsoleto di chi in passato lo ha venerato e l'amicizia occasionale ma sincera di una aspirante cantante e un lottatore di judo che lo avvicina con un unico scopo: battersi con lui. Tutta la prima parte del film è un geniale delirio antinarrativo, una sequela di situazioni a grado zero, impostate sulla vanita narrativa più assoluta, dove ciò che conta è la materialità dinamica di un fare cinema allo stato puro: l'inquadratura come tela sulla quale lasciar scorrere i pennelli con assoluta precisione cromatica e compositiva. Inutile chiedersi dove conduce il balletto malinconico di corpi e scene che si anima sullo schermo, inutile cercare una ragione negli eventi e nelle azioni dei personaggi, vano attendersi una chiave d'accesso alle loro storie che si accavallano e si cercano in parallelismi che immaginiamo convergenti ma ancora non vediamo toccarsi, per quanto in scena i personaggi interagiscano e si guardino negli occhi come innamorati...
L'azione trova nell'arte del combattimento judo il corpo a corpo sul quale scrivere graficamente l'arte del cadere e del risorgere, quasi un ideogramma per dire lo sforzo di stare in piedi e la nobiltà del cadere sapendo tenere alta la testa. Come P.T.U., Throw Down squadra lo spazio come un set in cui disporre le coordinate mentali dei protagonisti, geometrie in cui si riconoscono fisicamente le pulsioni esistenziali dei corpi in gioco. Lo sguardo viene meno mentre la luce si sottrae agli occhi del protagonista, che diviene sempre più corpo deambulante nel buio, fantasma di un senso che, per essere utilizzato, necessita di ulteriori definizioni, più che altro inerenti la coscienza. Che la moltiplicazione dei punti di vista stia vanificando la capacità dello sguardo di dire concretamente la realtà, del resto, Johnnie To ce lo aveva già spiegato molto bene in Breaking News.
E poi la materialità insistita e gratuita della lotta senza fine, intesa come comunicazione, come transazione del dire sulla dimensione fisica, unitamente all'idea di una cecità che, attraverso gli occhi, ci rende incapaci di vedere cosa davvero siamo noi e chi ci sta attorno, sono due elementi che, ancora una volta, ci dicono di Johnnie To in chiave "carpenteriana": a suo modo, Throw Down non è che la riscrittura di Essi vivono...
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