VENEZIA 61 - Il sognatore Demme: "The Manchurian Candidate", di Jonathan Demme (Fuori Concorso)

Inquietante, persino ottimista nella sua fiducia nell'inconscio umano come reattore positivo alle insidie tecnologiche, Demme spiazza lo spettatore: lo sguardo del film si sposta in continuazione, e alla fine questo complesso thriller fantapolitico sembra essere un vero e proprio "grido di libertà"

In attesa di vedere i film di Michael Mann e Spike Lee, il miglior cinema americano sembra incrociare gli sguardi, anche se su percorsi e panorami alquanto - apparentemente - lontani. E così dal Terminal di Spielberg ci ritroviamo all'Uomo Terminale di Demme, ma sempre e comunque con corpi alle prese con realtà che non gli si confacciano, uomini "normali" improvvisamente ricacciati in contesti fuorvianti e inafferrabili, realtà squarciate da sogni o da incubi, ma comunque persone determinate ad andare fino in fondo avanti con la loro ossessione, privata o "politica" che sia.

Demme riprende un magnifico classico di Frankenheimer, Va' e uccidi, con Frank Sinatra, ed orchestra un marchingegno complesso ed articolato, ma non tanto nella struttura della trama, che pure a tratti lascia interdetti (ma se vi leggete la sinossi del pressbook tutto appare così chiaro, logico e consequenziale, meraviglia degli Uffici Stampa!) quanto per quella cosa così inessenziale per il nostro cinema ed invece centrale per le strutture hollywoodiane che è il "punto di vista". In The Manchurian Candidate abbiamo un Capitano dell'esercito, Bennett Marco (Denzel Washington) reduce dalla Guerra del Golfo del '91, che va in giro a raccontare in incontri pubblici la sua esperienza, e di come ha fatto di tutto perché il sergente Raymond Shaw (Liev Schreiber) venisse insignito della medaglia d'onore del Congresso per l'eroismo dimostrato durante una battaglia. Ma un giorno un suo vecchio commilitone lo ferma, raccontandogli come il ricordo di quella battaglia e dell'eroismo di Shaw, vada a confliggere con dei sogni, in cui invece la realtà sembra essere molto diversa. Inizialmente Mario non sembra preoccuparsi troppo di quel militare in preda alla "sindrome del Golfo", ma poi scopre che anch'egli soffre di questi strani sogni e che la percezione della realtà è piuttosto confusa.

Ed è proprio qui che il film innesta la sua marcia potente: da un lato la realtà innescata dei ricordi, come dei replicanti cui hanno inserito delle vite non proprie, di alcuni reduci di guerra. Dall'altra l'incontenibile forza e resistenza dell'inconscio, che si ribella alle manomissioni scientifiche e continua ad dare al corpo dei segnali diversi, in aperta contraddizione con la corteccia cerebrale della memoria. Stretto in questa morsa Mario cercherà di capire il motivo di questi sogni, di questi racconti/memoria dei pochi reduci vivi tutti uguali, e di questi incubi ossessionanti. E quando Shaw si ritroverà ad essere il candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti, sotto l'egida e l'ala protettiva della potente madre, la senatrice Prentiss (Meryll Streep), lentamente il dubbio comincerà ad insinuarsi all'interno della sua mente, e per il capitano capire cosa realmente accadde in quella battaglia diventerà una vera e propria ossessione.

Ma Demme non si limita a raccontare la storia attraverso il suo protagonista Denzel Washington, no sarebbe troppo facile fare un classico film di fantapolitica, oltretutto a pochi mesi dalle elezioni americane, dove è fin troppo evidente contro chi si schiererà il regista di The Truth About Charlie... No, Demme preferisce spiazzare in continuazione, sin dalla prima scena di battaglia, dove il personaggio centrale sembra essere proprio il sergente Shaw, prossimo figlio/burattino nelle mani della madre manipolatrice. E mentre ci ritroviamo in una storia di manomissioni di cervelli, con il fine di mettere al governo degli States una lobby di potenti industriali (un vero "colpo di stato", verrà detto ad un certo punto nel film, e chi vuol capire capisca... oppure vada in Florida), lo sguardo del film si sposta in continuazione, da soggettivo ad oggettivo, dalla confusione/ricerca di Mario allo spaesamento di Shaw, alle manovre della senatrice, fino all'indagine di Rosie (Kimberly Elise), l'agente federale che segue i movimenti di Mario preoccupata dagli sviluppi della vicenda. E alla fine quello che doveva essere l'uomo terminale che doveva condurre il paese, dopo la morte "accidentale" del Presidente, si scopre avere ancora dei barlumi di personalità, rimasugli di soggettività che resistono alle intromissioni cerebrali degli scienziati, facendo esplodere le logiche del "controllo".

Inquietante, persino ottimista nella sua fiducia nell'inconscio umano come reattore positivo alle insidie tecnologiche, The Manchurian Candidate è una piccola bomba esplosiva nell'immaginario cinematografico post 11/9, un urlo contro ogni intromissione nella soggettività, contro la memoria ricostruita artificialmente (dall'industria culturale?), un grido di libertà, quasi che Denzel Washington fosse ridiventato il sudafricano Biko e che l'American Dream vada difeso proprio a partire dalla riappropriazione dei propri sogni.

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