VENEZIA 61 - "Te lo leggo negli occhi" di Valia Santella (Orizzonti)
La Santella, come Nina di Majo, sono come portatrici di un cinema chirurgico, che guarda le vite dei propri personaggi con occhio antropologico, che vuole portare sullo schermo molteplici argomenti ma che non ha l'ampiezza per un ritratto corale che alla fine risulta alquanto stonato e presuntuoso

Chissà se alcuni dei registi italiani scartati dalla Mostra di Venezia di quest'anno hanno visto Te lo leggo negli occhi. E chissà come ci saranno rimasti nel constatare che forse il film che gli è stato loro rifiutato non è poi peggio di quello della napoletana Valia Santella. L'opera, prodotta dalla Sacher di Nanni Moretti - che nel film si ritaglia un'apparizione "alla Moretti" - è l'analisi di un disagio femminile che investe tre donne. La prima, Margherita (tefania Sandrelli), è una donna vulcanica e imprevedibile che sta vivendo una crisi dopo un'operazione alle corde vocali che sta mettendo a rischio la sua carriera di cantante. Chiara (Teresa Saponangelo), sua figlia, se ne è andata via da Napoli per Roma, lavora come logopedista ed è separata dal marito, in attesa di un figlio da un'altra donna. Lucia, la figlia di Chiara, soffre di crisi respiratorie. La ragazzina diventerà però il mezzo involontario attraverso il quale madre e figlia si riavvicineranno. Un cinema sui sentimenti e sugli affetti perduti quello di Valia Santella, sospeso sull'asse Roma-Napoli, illustrativo da un punto di vista visivo nel mostrare squarci metropolitani ma di cui non si avverte la presenza della città. Il cinema napoletano, dopo la sua fase d'oro verso la metà degli anni Novanta, sta vivendo un periodo alquanto involutivo. La Santella, come Nina di Majo, sono come portatrici di un cinema chirurgico, che guarda le vite dei propri personaggi con occhio antropologico, che vuole portare sullo schermo molteplici argomenti ma che non ha l'ampiezza per un ritratto corale che alla fine risulta alquanto stonato, dove i personaggi maschili appaiono piuttosto elementi di una sceneggiatura - dove, a collaborare con la Santella, c'è anche la pur valida Heidrun Schleef - che va comunque tradotta sullo schermo. Il cinema napoletano si è ripegato in una direzione 'autoriale' da intendersi nell'accezione peggiore del termine, dove il cinema sembra studiato per sembrare intellettuale, annacquato da sperimentalismi teatrali e da ambizioni alla Ntonioni. Ma alla fine il film sembra sfuggire di mano alla Santella - che è stata assistente, tra gli altri, di Martone, Luchetti e Corsicato e che nel 2001 ha diretto il documentario In nome del popolo italiano - dove la rigidità della prima parte viene sostituità da una casualità non libera ma semplicemente trasandata della seconda (dalla fuga di Margherita con la figlia di Chiara in poi), dove le crisi d'identità dei personaggi e soprattutto il modo di filmare la malattia sono soltanto non esigenze ma soltanto esperimenti stilistici dove si sente soltanto tanta, tanta presunzione, evidente anche dal modo di dirigere gli attori, da un'incontrollata Sandrelli alla Saponangelo e Burruano, la cui spontaneità viene come anestetizzata.
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