VENEZIA 61 - Le guerre di Ferroni e Di Leo (Italian kings of the B's)

La retrospettiva curata da Marco Giusti e Luca Rea denota orgogliosamente un taglio aggressivo, di rottura accademica. L'intento è quello di travalicare il "genere" come figlio incompreso da tollerare per accendere un"lume" di investigazione riconciliante

E' la rivincita di "Nocturno", "Amarcord", Marco Giusti ma soprattutto dei tanti appassionati cultori di un cinema di genere condannato per tanto, troppo tempo ad un'invisibilità immeritata se non ad un'indifferenza critica che non ha permesso di far luce nella giungla di titoli, titoli spesso di per sé memorabili in quanto tali. Scovare perle nella "Storia segreta del cinema italiano" è la parola d'ordine. Perle visibili anche nella ventina di titoli proposti, perle che il lavoro cominciato quest'anno assieme alle cineteche per il restauro o con le case di produzione home-video per la riedizione in dvd intende rilanciare. Una cifra illuminata e lungimirante che rischia di segnare nei ricordi una mostra ambiziosa nei progetti ma sempre elefantiaca e sconnessa nelle pratiche organizzative, "alte e basse". Sarà allora possibile, oltre che nobilitare la serie cadetta, avviare una messa a punto, una distinzione interna per evitare la confusione che la generosa ossessione dei fans ha provocato in passato, inserendo nel calderone della nostalgia un po' di tutto, anche film più approssimativi, mal girati e beneficiari del richiamo iconico del genere. Da non dimenticare la sottosezione dei mediometraggi sperimentali dei vari Grifi, Scavolini, Brunatto e via dicendo, folgorazioni inclassificabili, anticipatrici, meritevoli della serie A ed invece confinate da sempre in un ghetto settoriale.

   Cinema del mito acquisito da reinquadrare o del nuovo mito da conquistare. E' inevitabile in questo percorso fatto di strappi temporali (il passato da rivivere con uno sguardo primigenio, il presente su cui innestarsi con orgoglio, il futuro già prefigurato in cui unirsi nell'abbraccio più riconciliante possibile) la connessione con la matrice storico- mitologica. Una figura come Giorgio Ferroni è poi paradossalmente ideale per iniziare il discorso. Nella "famiglia" veneziana composta per l'occasione è uno di quelli che viene da più lontano, addirittura a ridosso del passaggio dal muto al sonoro. Attivo già negli anni trenta come documentarista, è assistente di Righelli, Campogalliani, Gallone. Nella sua variegata carriera c'è un po' di tutto: versioni italiane di successi stranieri, rari film per la Repubblica di Salò, commedie con Macario. E' con il cinema mitologico del dopoguerra che riesce ad esprimersi più personalmente. La guerra di troia (1961) è un'opera che non è invecchiata benissimo come altre pellicole "sorelle". Ha addirittura momenti di comicità involontaria che la sala Volpi non ha mancato di cogliere. A s/vantaggio di una visione serena c'è sicuramente il forte parallelismo con la contemporaneità di Troy (opera che già di per sé si  inserisce nel filone sempre più massiccio dei kolossal Usa che parlano di altre guerre per parlare dell'Iraq, un'anima bellica il cui substrato affiora e scompare, come i ricordi del sergente capo Raymond Shaw in The Manchurian Candidate di Demme) e quindi i paragoni con la rielaborazione omerica e le inevitabili licenze, il cavallo di Troia più indelebile nella memoria, gli attori più o meno adatti, i personaggi più (Enea) o meno (Achille) presenti, gli scontri più o meno coinvolgenti. Resta il piacere ineguagliabile che lasciano i colori delle scenografie interne, la muscolarità morbosa di Enea/Steve Reeves (l'Ercole dei peplum che furono), una recitazione algida, a tratti meccanica, quasi teatrale ma di una tensione sempre vivida, le masse che mettono in campo una violenza morbida in un non-ralenti umanistico, le tracce venefiche di gelosia ed invidia latente che contagiano le movenze e le parole del film.

 

  Si passa trionfalmente al "boss", l'uomo che ha folgorato con I padroni della città il Tarantino commesso di video-store, tanto che oggi il regista di Kill Bill, nonché padrino della rassegna assieme a Joe Dante, può definire in un'intervista a "Nocturno" Fernando Di Leo un maestro, addirittura il referente italiano di Don Siegel. In effetti se si guarda Il boss (1972) è difficile non rimanere meravigliati da un cinema così vigoroso, urticante, corrosivo e amaro insieme. La sequenza iniziale con il massacro nella saletta porno è pura antologia, metacinema incendiario e pre-ghezziano, ouverture bacaloviana che introduce una commistione di ironia e crudeltà non facile da riscontrare altrove. "Gesù non guarda film pornografici!" è una delle mille battute acide e disilluse scritte da questo anomalo regista letterato che alla letteratura spesso ha attinto (in questo caso al romanzo "Il mafioso" di Peter McCurtin). La secchezza dello stile seigeliano (che riesce a rendere accettabile un'orgia di zoom ad aprire altrimenti datati) accompagna nel film tutta la cruenta scalata al potere mafioso del killer Lanzetta (un Henry Silva statuario ed impenetrabile), soffocando ogni elemento in una morsa talmente intensa da essere liberatoria. Lo sono l'ironia pretarantiniana di esplosioni ed esecuzioni, le impietose descrizioni del sistema mafioso che un grande Vittorio Caprioli, il questore, riversa in un gioco di denigrazioni a carte scoperte, gli appetiti sessuali irrefrenabili e necessari. Lanzetta soffre con e per noi ma riesce a farci sorridere. Freddo stratega in un reticolo di vendette, codici ed opportunità immola la propria umanità residua persa nell'accumulo di omicidi al fine di incarnare la predestinazione di un in/naturale e mortale ordine delle cose ristabilito.      
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